venerdì 26 luglio 2019

Daniel Galera: Il Brasile è un paese periferico. #LeInterviste

Da quando ho letto Barba intrisa di sangue di Daniel Galera sono passati undici mesi. In questo lasso di tempo ho avuto modo di consigliarlo, regalarlo e di parlarne senza tregua come una delle storie con le quali, negli ultimi anni, più sono riuscito a empatizzare.

Galera - scrittore e traduttore - è una delle voci più consolidate della letteratura brasiliana. Così ha stabilito anche Granta, selezionandolo come uno dei migliori giovani scrittori di lingua portoghese.

Gli elementi sono accattivanti: un ragazzo affetto da un grave disturbo della memoria, una cittadina di mare periferica, una cagnetta e l'ombra di un nonno.
Sullo sfondo un grande mistero, lo stesso sul quale sto riflettendo ancora oggi.  L'interrogativo principale è quello sulla ricerca d'identità, come se Galera avesse deciso di prendere un racconto di Borges (penso ad esempio a Il mortoEmma Zunz) e ampliarlo. La ricerca è quella dei volti, da quello che osserviamo tutti i giorni quando ci specchiamo, a quelli che incrociamo concitati per strada senza neanche riuscire a definirli. I volti, gli stessi che il protagonista continuerà a dimenticare.

Si tratta del libro con cui SUR si è affacciato per la prima volta alla narrativa brasiliana contemporanea. Durante l'edizione 2018 de La grande invasione, il festival della lettura di Ivrea, ho avuto modo di parlare con Galera di Brasile, memoria e influenze.



Non voglio essere né netto né affrettato ma ho bisogno di inquadrarti. Credi che Barba intrisa di sangue sia il libro più importante che tu abbia scritto?

Sì, senza alcun dubbio. Essendo 
stato il libro più popolare, il più venduto in altri paesi, è sicuramente il più importante per la mia carriera di scrittore. È il libro in cui la mia scrittura è arrivata più vicina a quello che avevo in mente. 


Parlando con diversi traduttori e chi si occupa di Sud America, si riscontra sempre il problema del Brasile: quest’area geografica è il paese sudamericano che propone meno autori contemporanei, almeno per quanto riguarda il panorama internazionale. Ogni lettore italiano ricorda ad esempio i grandi classici della letteratura brasiliana e ha difficoltà a individuare le voci di oggi. Secondo te da cosa dipende?

lunedì 8 luglio 2019

Friday Black: il venerdì nero di Nana Kwame Adjei-Brenyah

Nana Kwame Adjei-Brenyah è un giovanissimo autore americano di origini ghanesi. I più potrebbero anche non conoscerlo, negli States è stato però inserito (nel 2018) tra i cinque migliori esordienti sotto i 35 anni.

Friday Black, tradotto in Italia da SUR, è il suo libro d'esordio fatto di storie sulla complessità della società contemporanea.
Dodici short stories che arrivano da tutti i venerdì neri che possiate immaginare, spaziando tra il racconto degli affetti, del capitalismo e delle differenze razziali che non sembrano averci ancora abbandonato.



Quella di Adjei-Brenyah è una voce che si inserisce in due tradizioni ben precise e consolidate. Da una parte quella degli scrittori black, dalle madri letterarie come Toni Morrison, ai contemporanei come Paul Beatty e Colson Whitehead. Dall'altra la tradizione postmoderna tutta americana, quella degli immaginari futuristici, del what if, rappresentata da grandi del calibro di Kurt Vonnegut e George Saunders.

A questo punto non dovrebbe essere troppo difficile arrivare all'immaginario preciso nel quale inserire dei personaggi di colore in situazioni di estrema fragilità.