domenica 28 ottobre 2018

Il sentimento come forma di conoscenza. Intervista a Pablo Simonetti

Io Pablo Simonetti l'ho incontrato all'ultimo Salone del Libro di Torino dopo aver letto Vite Vulnerabili, il suo sorprendente esordio pubblicato Edizioni Lindau.

Sono passati diversi mesi e su quel confronto ho avuto modo di ritornarci, così come su ogni singola storia che compone la sua raccolta di racconti. Ci va pazienza, cura e voglia di mettersi in gioco quando i temi sono delicati e la letteratura diventa lo strumento per andare oltre.

Mesi nei quali sono stato invaso da quella vulnerabilità di cui avevo letto ma che oggi, solo al sentire il suono di quella parola, mi riporta con il pensiero a quell'altissimo ed elegante autore cileno con il quale ho parlato di influenze, sentimenti e legittimità.




Prima ancora di leggere Vite vulnerabili sono stato attirato dall’endorsement di Roberto Bolaño. Vorrei partire da questo dettaglio e ti chiedo come si possa esordire con il supporto di quello che si rivelerà essere un monolite così insormontabile per la letteratura ispanoamericana e non.

Nel 1998, dopo venticinque anni, Roberto Bolaño tornò per la prima volta in Cile per partecipare come giurato del Premio Paula, che l’anno precedente avevo avuto l’onore di vincere. Durante il nostro incontro siamo andati a cena insieme e siamo stati presi -come si dice in Cile- dalla buena honda, entrando da subito in sintonia. Quando ci siamo lasciati abbiamo poi instaurato un rapporto epistolare fatto di cartoline, non di quelle comuni ma, in generale, erano vere e proprie opere d’arte. Lui mi mandava queste cartoline raffiguranti le opere di Joachim Patinir, un pittore fiammingo esposto nella sala di Bosco presso il Museo del Prado a Madrid. Insomma, c’era un rapporto fatto di questa corrispondenza di cartoline che lui mandava a me e che io mandavo a lui e, attraverso una di queste, chiesi a Bolaño di presentarmi siccome il mio editore voleva pubblicare il mio primo libro. Lui mi chiese di fargli leggere un racconto in modo da potermi dare un parere onesto. Gliene mandai uno, gli piacque e disse: ”lo presento io questo libro”.

La presentazione coincise con il suo ritorno in Cile, in occasione della fiera del libro cilena, l’anno in cui vinse il Premio Rómulo Gallegos e ottenne un riconoscimento mondiale enorme. Era ancora un autore nuovo, inedito, da scoprire ancora per gli stessi cileni, nonostante in quel momento avesse già scritto Stella distante e Le chiamate telefoniche. Io ho iniziato a leggerlo nel'97 e ne lessi fino alla Letteratura nazista in America. Quella del nostro secondo incontro è una storia ancor più lunga perché in quel viaggio lui fece delle dichiarazioni molto scomode e accese rispetto alla letteratura cilena e fu in mezzo a tutto questo che presentò il mio libro. Tornò in Spagna abbastanza arrabbiato perché le reazioni furono importanti e rumorose poiché lui criticò alcuni autori canonici.

La tua è una visione di una letteratura atta a portare il lettore verso temi ben precisi, soprattutto in un paese difficile come il Cile. Una letteratura che potrebbe essere vista come un vero e proprio impegno etico-politico. Questa è stata da sempre la tua intenzione principale?

In realtà no, la mia idea è sempre stata definita dalle mie origini letterarie: ero, come persona e come autore, in un luogo diverso e, in un certo modo, in uno stato opposto alla società, perciò in Vite Vulnerabili appaiono naturalmente questi temi ma non fu una mia volontà politica, la mia volontà politica apparve più tardi. Semplicemente capitò, ne avevo già scritto nel mio esordio, Madre que estás en los cielos e La ragione degli amanti (Corbaccio) quando la situazione politica in Cile cambiò drasticamente e mi portò a schierarmi, per andare avanti e a scendere in campo assumendo una voce politica relativa alla diversità di genere.

Io ci vedo un attivismo sotterraneo.

Io credo che ogni letteratura meriti che ci sia un attivismo sotterraneo: non c’è letteratura senza nessuna dimensione politica. Credo che generalmente si veda la lettura in base a stile, trama e personaggi ma c’è anche una terza dimensione politica. La letteratura senza una dimensione politica è considerabile -in un certo modo- vuota e questo già lo diceva Barthes. La dimensione politica, come lo stile, è la parte più personale perché nasce da ciò che sei e Barthes lo interpreta come il fiorire personale di uno scrittore: il fiore della personalità è lo stile. La personalità attiva, siccome stiamo parlando di attivismo è la dimensione politica. Questa politica non corrisponde a quella contingente, totalmente variabile e difficile da leggere, ma risponde a una lunghezza d’onda maggiore rispetto a quelle che uno può cogliere. Per esempio: quando ho pubblicato Vite Vulnerabili questi temi non erano al centro del dibattito culturale come lo furono successivamente.