mercoledì 19 settembre 2018

La perfezione del tiro. Il cecchino di Mathias Énard

Fu Stephen King ad avvicinarmi per la prima volta alla preparazione del tiro impeccabile. Lo fece con "L'acchiappasogni", secondo i lettori più accaniti uno dei suoi libri meno riusciti, ma proprio tra quelle pagine mi immedesimai con fare sorpreso nella preparazione di un vero tiro di fucile. Ricordo la neve e un albero sul quale era nascosto il mio sguardo alla spasmodica ricerca di un cervo. Ricordo sopratutto la concentrazione necessaria per sentirsi parte stessa dell'arma e del mondo che ti circonda. In quel momento capì che non bastava tirare un grilletto, capì anche come c'erano alcuni alieni felici di nascere sfruttando la nostra cavità rettale ma quella vi assicurò che è proprio un'altra storia.

Al momento ci interessa il tiro, quel gesto così complesso preso a cuore anche dal protagonista de La perfezione del tiro, l'ultimo lavoro di Mathias Énard pubblicato in Italia da Edizioni e/o.



Potremmo spendere tante parole su Énard, dovendo però avere la consapevolezza che non possano bastare per descrivere uno degli autori europei più importanti della nostra contemporaneità. Francese di nascita ma cittadino del mondo, sempre diretto verso nuove mete, così come le sue storie: dalla Russia alla Spagna passando per generi diversi senza mai perdere uno sguardo letterario profondo e originale.

È la voce di un cecchino a guidare questa vicenda di conflitto durante un imprecisato e costante scontro mediorientale. Una prima persona onesta, quella di un uomo, dei suoi tetti e del suo famelico fucile.

L’impatto, la realtà del sangue, i pochi secondi di morte, di vita in cui tutto si confonde, ecco cos’è importante. Poco conta come lo ottieni. La maggior parte di quelli che ho ucciso hanno vissuto solo nei tre secondi in cui li ho guardati. Sono fantasmi, personaggi, maschere incapaci di vedere. Li guardo e li faccio vivere, li uccido e li animo. È una contraddizione, qualcosa che non afferro del tutto nemmeno io. Ma andrò fino in fondo.

domenica 16 settembre 2018

Il pittore fulminato di César Aira

César Aira mi era sempre stato presentato come un eccentrico, come uno di quegli scrittori dai quali non puoi sapere cosa aspettarti. L'amore per questo tipo di autori mi ha spinto negli anni a recuperare diversi suoi titoli e per capire di che pasta fosse fatto questo bizzarro personaggio argentino sono partito da Il pittore fulminato, il suo ultimo lavoro edito in Italia da Fazi.

Aira è considerato uno degli autori sud americani più influenti del nostro tempo così diceva un certo Roberto Bolaño, così come continua a sostenere anche Patti Smith. Lettori diversi uniti dalla stessa passione per la letteratura di un certo tipo e per l'arte.



Dall'arte parte anche questa vicenda, da due pittori per l'esattezza. Johann Moritz Rugendas, pittore di viaggio ottocentesco discendente da una famiglia di artisti dedita alle rappresentazioni di guerra, lavora seguendo ed esplorando il metodo della fisiognomica della natura di Alexander Von Humboldt, accompagnato dal fidato amico-pittore Krause. Nel suo viaggio tra le Ande e la Pampa argentina verrà colpito da un fulmine che scarica tutta l'energia sul suo cavallo e su di lui, sfigurandone il volto e privandolo di ogni connotato umano.

Un uomo sfigurato, mutato nel suo metodo di lavoro e nel suo sguardo sul mondo, rifletterà sul cambiamento, sui cicli di questo. Aira sembra suggerirci come la trasformazione non si realizzi nel ciclo temporale ma in quello del significato. Così una semplice storia di pellegrinaggio diventerà un'esperienza di profonde visioni, di contorni fantasmatici e di realtà fallibili.