giovedì 30 agosto 2018

La grande Russia portatile di Paolo Nori

C'era quel pensiero che io avevo da molto, da quando anni fa avevo cominciato a leggere Paolo Nori. Io me lo ero sempre chiesto perché Paolo Nori nel suo parlare sempre di Russia -nelle sue storie o nei suoi incontri-, proprio di letteratura russa, delle traduzioni dal russo, un libro vero e proprio sulla Russia non lo avesse mai scritto. Io me lo sono sempre chiesto perché questo libro non arrivasse, così era più o meno quel pensiero.

Ora è arrivato per Salani Editore e si chiama La grande Russia portatile e c'è sì la Russia, proprio la protagonista di quel pensiero, ed è stata pensata anche in una forma portatile.




"Questo libro viene un po' fuori dall'idea che sarebbe forse sensato fare un libro composto da racconti semplicissimi che raccontano le cose che sono successe a uno straniero posseduto dalla letteratura e dalla cultura russa, e i giri e le avventure, e le guerre che ha visto e vissuto, e percorso in virtù di questa possessione, e quello straniero sono io e questo libro parla dei miei trent'anni di commerci con la Russia (...)".

Definire la forma di questo libro non è un compito così immediato. Non è né una guida di viaggio né un saggio critico sull'atavico e ferreo spirito russo, che poi a pensarci bene, per dare un'idea ai più, basterebbe semplicemente dire che si tratta di un libro di Paolo Nori.

Potreste anche non conoscere Nori (non mi sento di escludere questa opzione) ma vuole il caso che tra le pagine di quest'ultimo lavoro sia lui stesso a raccontarsi attraverso alcuni dei suoi libri e diverse vicende private: dall'innamoramento verso la lingua russa passando per i primi viaggi verso quella terra così grande e fedele al suo passato. Nel mezzo le storie degli altri, scrittori e amici di vecchia data, tutti da unire seguendo un racconto sempre personale e mai scontato.

domenica 19 agosto 2018

Giusi Marchetta: Dobbiamo avere il diritto di raccontarci la nostra vita. #LeInterviste

Quando incontrai per la prima volta Giusi Marchetta non sapevo del suo essere scrittrice. Ricordo un’edizione del Salone del libro di Torino -forse il 2012- in cui con fare sornione stalkeravo Paolo Cognetti, lui lontano anni luce dal suo Strega, io ancora troppo inesperto e Giusi pronta per moderare la presentazione.

Rimasi colpito dalla sua capacità di far parlare storie lontane, dall’analizzare in maniera lucida qualsiasi tipo di aspetto letterario e non, restituito con autenticità. Riuscì a trattenere un ricordo più che positivo e da quel momento,
condividendo la stessa città, ogni evento al quale partecipava quella voce così appassionata diventò sinonimo di qualità. 

Gli anni sono passati, così come i lavori pubblicati, senza che io per qualche strano motivo mi decidessi ad approfondire, di capire cosa avesse da offrire quella lettrice onnivora sulle sue pagine.

Esce quest’anno Dove sei stata (edito Rizzoli) e decido di leggerlo.

La Reggia di Caserta sullo sfondo e Mario -un uomo con un passato piuttosto articolato alle spalle- di ritorno verso i boschi della sua infanzia, gli stessi dai quali è andata via la madre, capaci di svelare le risposte utili al futuro. Questa la premessa.

Parte da qui questa chiacchierata, dall'incontro di un lettore e di quell'autrice che per poca lungimiranza del sottoscritto rischiava di mostrarsi a metà. Obbligatorio quindi questo ritratto capace di ricordarmi come questa penna l’avessi sempre avuta così vicino. 





Dalle origini a Dove sei stata. Qual è stato il tuo percorso? 


Ho cominciato con i racconti, Dai un bacio a chi vuoi tu è il libro con il quale ho vinto il Premio Calvino. Ho cominciato a scriverli a Napoli mentre frequentavo il laboratorio di Antonella Cilento. Allora lavoravo prevalentemente sulla forma racconto. Credo siano una cosa straordinaria: i racconti ti danno la dimensione di cosa significa lavorare sulla scrittura.

Su consiglio della Cilento ho mandato il mio libro al Calvino e ho poi lavorato a un altro libro di racconti (Napoli ore 11) nel quale credo ci sia la storia migliore che abbia mai scritto. Grazie a Davide Musso di Terre di Mezzo sono finita in un corredo di buonissime scrittrici pubblicate da questo editore. Non lo dimenticherò mai.

Dopo mi sono trasferita a Torino per insegnare e, avendo avuto un’esperienza drammatica con un ragazzo autistico, ho scritto L’iguana non vuole. Era un anno di grande sofferenze, di cambiamento e la scrittura mi sembrava il modo più normale per scavare e non liberarsene mai più. Quell'anno si presentò Michele Rossi di Rizzoli chiedendomi se avevo una storia e così mi dedicai al mio primo romanzo.

E Lettori si cresce