domenica 29 luglio 2018

Omar Di Monopoli: Accettare il caos che mi circonda, la mia sfida quotidiana #LeInterviste

Nella Puglia di Omar Di Monopoli c'è questo luogo fittizio che si chiama Languore. Una cittadina situata nel cuore del Salento che cuore non ha più, lontana dall'essere abitata da buoni sentimenti è un concentrato di brutalità, prostrazione e debolezza.

Queste alcune delle premesse della riedizione targata Adelphi di Uomini e Cani, libro con alle spalle più di una decina di anni, ma simbolo di un lavoro preciso verso questo autore da parte di uno dei marchi più prestigiosi del nostro panorama editoriale.

Un recupero, una storia rimaneggiata dal passato con la quale rispecchiarsi anche oggi attraverso un confronto spietato costruito con chi ha da sempre avuto un occhio attento al racconto del Sud. Tra l'umano e il bestiale abbiamo parlato di lingua, morte, ferocia e gotico meridionale.

© Annagiulia Bartolozzi

Uomini e cani è una storia di rabbia, di limiti, di scoperte e segreti. Tutto questo viene veicolato da una lingua a metà tra l’italiano e il dialetto. Dove finisce una forma e dove comincia l’altra? Qual è il grado massimo di contaminazione di fronte al quale l’autore deve necessariamente fermarsi?

Non credo vi sia un limite definito, o definibile. Ho l’impressione che ogni autore trovi una sua misura, un suo passo. Anche perché se il confine è la comprensibilità allora buona parte della letteratura contemporanea sarebbe pronta per il macero. Più che altro immagino che l’orizzonte da tenere sempre presente sia la funzionalità della lingua, la ragione più profonda dell’utilizzo di questo o quel registro. Se il vernacolo è presente esclusivamente per colorire la pagina, diventa un orpello buono a stupire il lettore, e quindi direi che non va bene. In Uomini e cani – così come in tutti i miei romanzi – la forma “dialettizzante” cui ricorro è una scelta stilistica fatta a monte perché i protagonisti delle mie storie sono spesso bifolchi e criminali straccioni, non possono pertanto che parlare in un certo modo. Poi però su quel registro c’è tutto un lavoro di innesto di una lingua aulica, da alcuni definita “iperstile” e che a me piace pensare come una variante espressionista ed iperbolica di un certo incedere biblico, lirico, che sin dapprincipio ha connotato la mia cifra (anche a dispetto di qualche critica) e che è una mutazione personalizzata dei modelli letterari sui quali mi sono formato.

Mi sono confrontato con una lingua identitaria, la stessa identità messa in discussione e cercata da ogni tuo personaggio. La strada da te dipinta per arrivare alla definizione di questa sembra inevitabilmente tortuosa. È sempre così difficile rapportarsi con le nostre radici e come è stato per te?


Non ho contezza che funzioni per tutti così. Ho smesso di pensare che gli scrittori con il loro lavoro scovino verità valide universalmente. Ci provano, forse, ma è una vana lotta coi mulini a vento. So per certo che per me è stato difficile fare i conti con le mie radici e continua a esserlo - grazie a Dio, aggiungerei, perché la cosa mi permette di proseguire a interrogarmi su chi sono, sul posto da dove provengo e qualche volta, addirittura, su dove sto andando. Ma il più delle volte sono semplicemente convinto che sia stata per me una fortuna essere cresciuto in un contesto problematico come il mio Sud perché ciò mi ha costretto a rivedere le certezze, e a riformulare il mio sguardo (intendiamoci, pur senza navigare nell'oro la mia famiglia mi ha cresciuto comunque nell'amore e nel rispetto, e questo fa la differenza). Accettare il caos che mi circonda continua a essere la mia sfida quotidiana: non è sempre facile perché ovviamente attiene anche a una dimensione più privata, spicciola delle cose che mi succedono, però è una palestra sicuramente interessante.

Lo sfondo di questa storia è famelico, pone tutto su un piano di estremo pericolo, il lettore non sa mai cosa aspettarsi da una terra che aggredisce. Come ci si rapporta con un territorio così difficile e qual è l’aspetto più stimolante che hai dovuto affrontare nel ricreare la tua natura da tutelare? 


Ricrearla non è stato difficile anche se in verità i particolari della scenografia allestita per il mio “universo narrativo” si sono sedimentati in anni e anni di osservazione (allenare la capacità di osservare: questo fa di uno scrivente uno scrittore) e quindi direi che il lavoro di accumulo dura da una vita, probabilmente continua anche in questo momento. Il vero smacco è stato semmai lo scoprire che un artista non ha granché modo di fornire soluzioni ai problemi, però ha dalla sua la gigantesca opportunità di illuminare con gli strumenti che gli sono più consoni alcune porzioni di realtà dimenticate, o sottaciute. E questo è un prodigio che non smette mai di stupirmi perché sono diventato adulto senza capire cosa potessi fare per la mia terra e poi, improvvisamente, ho capito che il mio contributo era raccontarla, evocarla, cercare di decodificarne i segreti anche a rischio di offenderla.

L’uomo e il cane, tra le tue pagine, hanno in comune un elemento ben preciso. Parlo della ferocia, quella fame nei confronti del mondo, quella forza nel non arretrare di fronte a nulla. L’uomo e la bestia potrebbero stare sullo stesso piano, -forse lo sono- e solo la morte può fermare qualsiasi cuore pulsante. Credi ci sia un rapporto tra la morte e la ferocia?

Domanda impegnativa. Direi di sì, a naso. Non solo perché spesso le morti che pullulano nei miei libri sono figlie di azione violente e feroci - ma in fondo, essendo storie “di genere”, questo ci sta ed è anzi una torsione narrativa cercata e voluta - semmai il problema è che, ahinoi, nella realtà è difficile che non si arrivi allo strappo finale della vita senza intuire la ferocia che l’atto inevitabilmente comporta: ho visto i miei genitori andarsene per malattia, tra le mie braccia, ed è indubitabile che vi fosse una ferocia senza pari in quella fine dolorosa e protratta. Per cui sì, credo sia davvero improbabile scindere una certa ferocia dalla morte: sicuramente la pacificazione con la fine, se esiste, è appannaggio di illuminati e santi, comunque non mi riguarda: io, per inciso, ne ho una paura fottuta! 




Leggere Uomini e Cani ha significato riscoprire uno dei diversi libri identitari di un tipo preciso di narrativa tutta italiana. Nonostante potrei parlare di un romanzo di genere -per alcuni aspetti imperfetto- forse troppo circolare nella sua trama dove tutto si incastra alla perfezione e la cui lingua potrebbe spingere ancora di più -forse come Di Monopoli arriva a fare oggi- non posso non vedere il motivo di tale riproposta. Un titolo che diventa necessario per capire parte della nostra contemporaneità con uno sguardo al passato, così come è sempre stato quando di grandi storie si parla.

Negli ultimi anni questo Sud -lo stesso territorio che abbraccia tutta la tua narrativa- è diventato oggetto di discussione risultando il protagonista di diversi romanzi di grande valore. Penso ai lavori di Orazio Labbate o di Nicola Lagioia. Con quest’ultimi siamo tornati addirittura a parlare di gotico meridionale. Come ti collochi in questa tradizione tutta italiana, come dovremmo definire questa ondata capace di crescere in maniera esponenziale?

Mi sento assolutamente nel medesimo solco gotico-meridionale degli autori da te citati (che conosco e stimo, ovviamente, e coi quali abbiamo tutta una serie di modelli di riferimento in comune) e comunque mi sentirei di sottolineare che evidentemente il Sud diventa in questo caso la rappresentazione di un luogo dell’anima, il Sud della penisola come epitome di tutti i Sud del mondo ma anche come campo di battaglia omerico in cui ogni cosa accade.



For
se può interessarti: 
-Le Stelle Ossee di Orazio Labbate #LeInterviste

Nessun commento:

Posta un commento