martedì 6 marzo 2018

Le Vite Vulnerabili di Pablo Simonetti

Non conoscevo Pablo Simonetti, non avevo mai sentito parlare di questo scrittore cileno classe '61 che con Vite Vulnerabili, la sua raccolta di racconti d'esordio, strappò contro ogni pronostico gli apprezzamenti di Roberto Bolaño. 

Grazie a Lindau ho scoperto questo autore da sempre attivo per l'affermazione dei diritti degli omosessuali nella cultura del post Pinochet, senza indossare le vesti dell'attivista quanto quelle del narratore puro, della persona disposta a raccontare la sua esperienza personale servendosi della letteratura.



Le dodici storie di Vite Vulnerabili appartengono in parte all'auto-fiction -di cui Simonetti diventerà un convinto sostenitore- e risultano essere storie di tutti, di uomini e donne in continuo mutamento, sempre alla ricerca di un qualcosa nascosto nel proprio cuore.

Ho letto di amori segnati da profonde fratture, di rapporti fatti di incomprensioni, di passione, di erotismo, del feroce contrasto tra società e morale. Questo e molto altro tra queste vicende quotidiane, momenti apparentemente banali se spogliati dalla loro componente emotiva, dai sentimenti segreti provati sotto lo sguardo dell'altro.

Così gli attimi di una comune passeggiata tra le strade di Firenze, una festa o una partita a carte si sono trasformati in un susseguirsi di palpitazioni, di rabbia e profonda commozione.

Mi sono bastate le prime righe di ogni racconto per empatizzare con vicende di profonda vulnerabilità mosse da sentimenti brucianti, restituitemi con la stessa intensità che si prova nei momenti di dolore improvviso.

In una letteratura come quella cilena, storicamente legata a una narrazione inscindibile dagli anni della dittatura vissuta da questo paese e dall'autore stesso, la voce di Simonetti si discosta in maniera sorprendente.
Per la prima volta ho visto il contesto politico, sempre ritrovato come sfondo delle storie di questi scrittori -siano questi appartenenti a una vecchia o una nuova generazione-, essere tralasciato per dare spazio alla politica dei sentimenti.

Se Alejandro Zambra ha più volte affermato che "in Cile per spiegare qualunque cosa devi rimandare alla dittatura", Simonetti sembra aver dato spazio a un racconto in cui domina invece la rivoluzione dei sentimenti. Tra le sue pagine sono le passioni stesse a diventare un atto politico: l'accettazione della nostra imperfezione, la libertà di poter cadere nelle granfie della fragilità senza sentirsi giudicati, schiacciati dall'esterno da un potere superiore.

Gli sembrava di vivere in un quartiere fantasma, anche se sapeva con certezza che la facciata delle case nascondeva il solito tran tran familiare. Pensò a quelle vite nascoste, catacombali, vissute nel silenzio che provoca la paura.



Santa Lucìa rimane uno dei racconti più indelebili letti dal sottoscritto, una scoperta di una nuova identità sessuale e dell'esperienza omosessuale che accompagna questa presa di coscienza. Una vicenda a me ignota che si fa biglietto da visita di uno scrittore autentico per cui la difficile costruzione di noi stessi, la ricerca di una solidità del cuore, risulta essere il percorso che ogni personaggio dovrà intraprendere dopo la fine di ogni storia.

Rimane la tradizione della paura dell'ignoto, dei fantasmi del passato e del futuro. 

Il racconto di Simonetti è un luogo nel quale, attraverso una scrittura semplice, guardarci allo specchio e notare le nostre imperfezioni guidati da uno sguardo di profonda complessità. Mani pronte a percorrere ogni ruga riflessa, ogni nuovo segno. Mani capaci di arginare lacrime sincere. Mani che potrebbero nascondere un sorriso di raggiunta accettazione.


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