giovedì 15 marzo 2018

Davide Morganti: Ritengo la storia una immensa fossa comune. #LeInterviste

Negli ultimi anni il vivaio di Neri Pozza composto da validissimi autori italiani è andato a creare, per quanto mi riguarda, una sorta di sicurezza verso scelte e proposte molto solide. È stato quindi naturale approfondire ulteriormente la tradizione di scrittori campani arrivando -dopo le bellissime sorprese di Paolo Piccirillo e Wanda Marasco- a La Consonante K di Davide Morganti.

Questo romanzo in particolare, mi era stato presentato come un qualcosa di molto sperimentale in cui la Storia e diverse vicende estreme fossero le protagoniste di un'esperimento ambizioso dal respiro internazionale.

Dopo un'esperienza di lettura del genere era d'obbligo coinvolgere Morganti stesso. La scrittura, la teologia, l'amore sono solo alcuni dei temi che abbiamo approfondito con l'intento di svelare qualcosa in più dietro questo libro visionario e mistico sul tempo della fine delle ideologie.

© FanPage







Il lettore si trova immerso in più momenti storici rappresentativi di una deriva epocale, dalla caduta del Muro di Berlino all'attacco delle Torri Gemelle, la tua è una narrazione che spinge verso la contemporaneità. Come credi che il rapporto tra storia e finzione possa ancora influire sul presente?

Non credo che la finzione possa condizionare il presente, al massimo lo invade provando a decifrarne il suo futuro. Forse qualche serie televisiva ci tenta ma ho sempre l’impressione che il presente abbia una velocità superiore, che non siamo in grado di controllare come desidereremmo. Tutto sommato non mi pare un male che sia così. A ogni modo da sempre abbiamo bisogno di finzione, non ne possiamo fare a meno, anzi la costruiamo con grande abilità e con maggiore urgenza rispetto a venti anni fa, basti pensare alla Playstation, per esempio, che prosegue in maniera diversa l’immaginario dell’infanzia.

Potremmo vedere “La consonante K” come un romanzo di collisioni in cui le vicende più disparate mostrano un ventaglio di tematiche ampissimo. Quale è stata la parte più difficile nell'armonizzare una narrazione così frenetica?


A dire il vero, mentre scrivevo ma anche mentre rivedevo, non me ne sono accorto né che fosse frenetico, né che fosse comico, sapevo solo che volevo mettere insieme più storie possibili e ancora adesso penso che avrei potuto metterne altre! Solo che l’editore non sarebbe stato molto d’accordo. Il momento più difficile è stato quello di dover scegliere quali parti (circa trecento pagine, alla fine) tagliare, lasciando inalterato il senso complessivo del romanzo. Devo dire che così mi sembra non solo più compatto ma anche più complesso.

In questo lavoro ti sei servito di un’ironia pungente fatta di allegorie, immagini grottesche, estremismo. Come se fossi stato capace di far incontrare la tradizione del fantastico dei grandi autori russi a quella italiana vicina, ad esempio, a un Tommaso Landolfi. Credi che la tua scrittura sia più influenzata dal tuo bagaglio di letture o dalla voglia di uscire da ogni schema, di sperimentare?

Ho amato e letto i russi sin da piccolo, avendo per loro un’ammirazione totale, e credo mi abbiano influenzato tanto, pur leggendo i tedeschi, gli svedesi, i francesi con vorace passione. Ma i russi, per la loro follia religiosa, e i cèchi, per la scrittura usata come fosse un grandangolo, sono stati quelli che più ho riconosciuto simili. Confesso che ho provato a leggere Landolfi (che è casertano e non frusinate, ma su questo bisognerebbe aprire un capitolo) solo che non mi ha convinto del tutto. Non volevo uscire dagli schemi, ho letto qualche libri del cosiddetto postmoderno e non sono per nulla un esperto della materia, sono soprattutto un lettore di scrittori sconosciuti e dimenticati, tipo Friedl, Fuks, Jiri Weil, Occhiato, Palumbo o Kržižanovskij. E poi, se non si osa in letteratura, quando si osa? Male che vada, hai scritto un brutto libro. In definitiva, credo di aver solo trovato subito quello che più mi appartiene e comunque, quando capita, è bello sperimentare in letteratura, perché non sai mai dove ti porta veramente.




Considerando il tuo respiro internazionale, hai mai pensato a come la tua storia potesse essere percepita dal pubblico italiano? Credi che i lettori del nostro paese siano abituati al non-ordinario a cui ad esempio ci ha abituato il cinema e troppo poco l’esperienza letteraria.

Sì, ci ho pensato, so bene che il pubblico italiano ama soprattutto, storicamente, il realismo e molto poco il grottesco o il fantastico. Ho l’impressione che siamo molto disponibili ad accogliere qualunque genere venga dall’estero, ma dagli scrittori italiani si cerca in particolare sempre la stessa storia minimale, legata alla vita ordinaria, fatta di difficoltà lavorative, sociologiche e sentimentali che non mi hanno mai appassionato, a dire il vero. Sapevo a cosa andavo incontro, ma sapevo anche quello che volevo e non potevo non scrivere questo romanzo, che avevo iniziato nel 2003 prima di lasciarlo perdere per alcuni anni.

Tutti i tuoi personaggi sono racchiusi in un triangolo i cui vertici corrispondono a Stati Uniti, Europa e Messico. Tutto è racchiuso qui dentro: dalle storie fittizie dei grandi personaggi storici come Lenin, alle vicende della gente più comune. Come mai hai deciso di dedicare a figure così distanti lo stesso tipo di attenzione, di mettere tutto sullo stesso piano?

Ritengo la storia una immensa fossa comune, dove precipitiamo tutti, dunque non mi pareva il caso di creare quelle distanze che in genere ci rendono così ridicoli.

Non si può non notare uno studio sotterraneo nei confronti della religione, uno sguardo teologico capace di osservare la dicotomia tra il bene e il male. Tra queste due entità sembra prevalere la più negativa, come se il Diavolo fosse il vero maestro d’orchestra. Come mai lo hai investito di questa responsabilità?

Sono laureato sia in teologia che in filosofia, ho avuto anni di letture forsennate, da Santa Teresa di Liseux, a Santo Alfonso de’ Liguori fino a Moltmann, grande teologo evangelico su cui ho scritto la tesi. In ogni mio romanzo la presenza religiosa è ossessiva, non poteva non esserlo anche ne La consonante K, con il diavolo che custodisce nel portabagagli dell’auto il cadavere non risorto di Gesù. Se ho scelto il demonio come “maestro d’orchestra” è perché nella Bibbia è, con Dio, il protagonista assoluto e quindi in qualche modo lo volevo rendere responsabile non solo della creazione del mondo ma anche della religione cristiana che, proclamando il Signore, afferma il demonio.

Prendendo la tua lotta tra bene e male, l’esperienza di personaggi in lotta per raggiungere i propri desideri dopo l’attraversamento delle continue illusione del mondo, potremmo definire “La consonante K” un romanzo sull'accettazione del compromesso e della compassione?

Forse è un romanzo sulla compassione, quella di cui parla Leopardi in alcune operette morali, perché ha una forza ancora maggiore rispetto all'illusione. La compassione rende forti, l’illusione ci indebolisce. Titti Martinengo, la moglie dell’ideologo di destra, è una donna in cui la pietas è forte, persino per suo marito, e se ci pensi anche il demonio prova compassione per il cadavere di Gesù. È, però, anche un romanzo sulla crudeltà, quella che spinge il mondo nella direzione degli affari, come se il creato stesso fosse innanzitutto business e poi un atto d’amore.



(...) per avere pace c'è sempre bisogno che dall'altra parte siano tutti morti.
La consonante K è un romanzo grazie al quale ho indossato gli abiti del passato per attraversare - in posizioni molto scomode e al tempo stesso ironiche- il presente e il futuro. Anche nelle sue imperfezioni mi ha permesso di articolare l'ennesimo sguardo articolato sulla complessità umana.


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-La Terra del Sacerdote di Paolo Piccirillo.

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