venerdì 9 febbraio 2018

Da lontano sembrano mosche. Il noir argentino di Kike Ferrari.

Prima cameriere, panettiere, poi il viaggio verso gli States in cerca di fortuna come immigrato illegale. Oggi Kike Ferrari lavora in una stazione della metropolitana di Buenos Aires e la sua vita sembra essere fatta anche di letteratura. Un percorso lungo, quello tra i lavori più disparati, questo il caso così particolare di chi ha richiamato con i suoi libri l'attenzione della stampa argentina e non.

Da lontano sembrano mosche è il terzo romanzo di Ferrari (riproposto in una nuova veste da Feltrinelli) grazie al quale mi sono avvicinato a questo scrittore apprezzato, tra i tanti, da un colosso come Paco Ignacio Taibo II.



Sono subito costretto a contestualizzare questo romanzo accennando all'esistenza del profondo rapporto tra la letteratura di genere e il Sud America. Borges stesso era un grandissimo appassionato di gialli e del mistero accumulato tra i classici di queste storie. Non sorprenderà quindi trovarsi tra le mani un noir argentino consapevole di una lunga tradizione.

Da lontano sembrano mosche è però un libro che già dalla trama muove diversi interrogativi, questo ha fatto nei confronti del sottoscritto, il quale si è più volte chiesto come avrebbe fatto a sorprendere la vicenda di un uomo di potere fermo sul ciglio della strada con un cadavere nascosto nel bagagliaio.

Parte tutto con lo stereotipo dell'uomo ricco e spietato alla ricerca del nome di chi lo ha incastrato. È il signor Machi la voce spigolosa di questo intrigo e il suo senso di materialità verrà da subito messo in contatto con la morale, evidenziando uno scontro tra le regole del potere e l'indagine umana stimolata dal sapere filosofico-letterario.

Prima di uscire a controllare la gomma forata, apre il libro della figlia e legge: “Questo libro nasce da un testo di Borges: dal riso che la lettura provoca scombussolando tutte le familiarità del pensiero”. Come?, si chiede.

Ad essere nascosto non sarà tanto il colpevole quanto i meccanismi che regolano il potere dell'Argentina, di una nazione ritratta nella sua crisi contemporanea attraverso uno stile semplice ma coinvolgente.


Un paese sempre uguale a se stesso in cui le mosche continuano a infastidire ogni uomo pur non spaventandolo. Nessuno si preoccupa di loro perché la vita va avanti sfruttando una semplice scrollata di mano capace di allontanare gli insetti famelici.

Kike Ferrari mi ha mostrato questa illusione, come il suo paese sia ancora legato al suo passato, servendosi di un noir per certi versi acerbo ma valorizzato dai numerosi significati sotterranei, fondamentali per non affrontare l'esperienza di questo romanzo breve come un enigma da dover risolvere, così come lo stesso Borges non voleva si facesse con qualsiasi storia del mistero.

Volendo il lettore risolvere la vicenda esclusivamente con la ricerca forsennata del senso compiuto, oltre che allontanarsi dagli intenti dell'autore, potrebbe rimanere molto spiazzato.

Con Ferrari ho scoperto uno scrittore ancora imparagonabile alle grandi penne sudamericane ma pronto a raggiungere i suoi intenti in maniera velata, quasi nascosta e sovversiva.

Con il grande rispetto verso la tradizione, sembra aver fatto sua -con sua stessa ammissione epigrafica- l'avvertenza astiosa di Rodolfo Walsh.

Se qualcuno vuole leggere questo libro come un semplice romanzo, sono fatti suoi. Comunque le mosche continueranno a ronzare, così come è sempre stato e sempre sarà, questo dovrebbe essere sottolineato.

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