domenica 26 novembre 2017

Nelle terre di nessuno. La solitudine di Chris Offutt

Immergersi Nelle terre di nessuno di Chris Offutt non è stato difficile. I nove racconti di questa raccolta d'esordio uscita nel '92 e tradotta per la prima volta in Italia da minimum fax, sono legati a un'America ben scolpita nel nostro immaginario.

Sullo sfondo il Kentucky rurale, una terra ai margini fatta di persone alla continua ricerca di un posto migliore, esteriore o interiore che sia. Storie in cui la vita scorre in posti tanto sconosciuti da essere assenti da qualsiasi cartina.



Offutt sembra legarsi da subito ad autori come D'J Pancake, Percival Everett e a tutta quella ruggine americana ben descritta da Philipp Meyer.
Dominano le storie di comunità, il continuo scontro con l'altro che crea qui, tra la condivisione del quotidiano, il giusto osservatorio dei sentimenti.

Ho visto il vecchio e il giovane condividere la stessa inquietudine, l'uomo e il puma allineati sulla stessa intensità di ferocia, la città e il bosco farsi luoghi di apparente diversità.

Ogni vicenda diventa la finestra su una condizione di vita diversa segnata da un dolore più o meno esplicito. La paura di non farcela prende a questo punto il sopravvento, basti pensare a ogni nostro singolo tentennamento, a tutte quelle volte nelle quali l'antidoto al dolore e al raggiungimento delle nostre intenzioni ci è sembrato così lontano, forzatamente nascosto da un destino già scritto.

Tanto tempo fa avevo paura del buio, poi Papà mi disse che la notte era la stessa cosa del giorno, solo che l'aria aveva un colore diverso.

Nelle terre di nessuno i figli devono prendere il posto dei padri, l’esigenza di fuggire non è una considerazione immediata, sopratutto quando i padri perdono con molta facilità i figli e questi, il più delle volte, si possono veder privati delle figure genitoriali. Così va la vita avrebbe detto Billy Pilgrim, il viaggiatore del tempo di Kurt Vonnegut.

Il tempo è come un mucchio di sterpi. In autunno li bruci, e la sola cosa che ti ricordi sono le braci ardenti. Dovunque guardi, vedo solo mucchietti di cenere.




Grazie a una scrittura lontana da qualsiasi citazionismo, limpida nella sua onestà, Offutt riesce a puntare proprio su quelle braci ardenti del nostro io, a un senso labile di riscatto, spingendoci al confronto con l'altro e al ritorno della pietas nel gotico americano.

Inevitabile sarà il confronto con l'alto, con quella speranza divina che nella natura amplifica la sua presenza e così, tra la pioggia incessante, i fantasmi del bosco e le creature che lo abitano emergerà una solitudine universale.

Le terre di nessuno sono abitate da personaggi soli e nonostante Offutt si serva della sua terra di origine è riuscito nel creare un senso comunitario di isolamento. 

Leggere questa raccolta è servito a ricordarmi del nostro posto nel mondo, dell'emarginazione delle nostre vite e del senso di comprensione sempre più necessario per una felicità desiderata.

La terra di nessuno è la terra di tutti in cui la solitudine è sempre contemporanea e fa di questo un libro capace di parlare attraverso il tempo e il nostro cuore, alimentando il nostro bisogno di consolazione.

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