lunedì 20 novembre 2017

La storia della balena Goliath || Intervista a Leopoldo Santovincenzo

Per poter spiegare cosa sia La balena di Piazza Savoia di Leopoldo Santovincenzo (Exòrma Edizioni) dovremmo immaginare un trittico: tre anime separate ma profondamente legate da alcuni aspetti più o meno nascosti.

Fu chiamato Goliath l'esemplare catturato in Norvegia nel '54, lo stesso animale visto da Santovincenzo in un piazza di Campobasso, un ragazzino appassionato di cinema e al tempo stesso un adulto fortemente motivato nel ricostruire un ricordo annebbiato.

Un libro personale in grado di abbracciare il cinema, l'infanzia e la storia di una balena imbalsamata che viaggiò tra le piazze europee per quasi tre decadi provocando sorpresa, stupore e animando la cultura del tempo.



La storia di Goliath mi ha fatto capire come la condivisione di un evento non ordinario, possa influenzare l'animo più sensibile al mondo. Ha sottolineato i collegamenti inediti tra cetacei e cinema, tra il tramonto e le mutazioni di questi due protagonisti degli scorsi secoli. È riuscita inoltre a raccontarmi un pezzo di Italia passato in cui una balena sta ancora girando per le piazze del nostro inconscio mantenendo la stessa maestosità, lo stesso mistero, il suo legame con sentimenti atavici. Così come è sempre stata, la storia di una balena e la ricerca di un uomo tormentato da incubi perenni e sogni dall'odore di mare, di infinito completamento.

Questa chiacchierata è così partita dal senso di tale operazione, da una storia lontana e dalle sue ripercussioni presenti. Senza la paura di confrontarsi con la meraviglia dell'animale più grande del mondo.

Dal cinema al viaggio europeo di Golia, sono entrambi descritti come due fenomeni vivi ma investiti da un tramonto più o meno evidente. Il cinema con le sue continue mutazioni, il passaggio a nuovi paradigmi tecnici e non, le balene come senso di meraviglia perduto, un’esperienza isolata ma al tempo stesso incisiva. 
Cosa può essere recuperato in questi tempi così veloci e come possiamo salvare queste emozioni da questi numerosi tramonti inarrestabili?

Ripensavo giorni fa alla magia della camera oscura quando da adolescente, barricato in una stanzetta buia in cui stagnava l'odore degli acidi, stampavo anche maldestramente le mie prime fotografie: sviluppare il negativo cronometro alla mano, farlo asciugare, posizionarlo nell'ingranditore, dare la luce, annegare la carta nelle vaschette e aspettare che dal bianco affiorassero dapprima macchie incomprensibili infine, sempre più completa e netta, si componeva un'immagine. Uno stupore che si rinnovava a ogni stampa. Quante fotografie digitali oggi possiamo realizzare, guardare, ritoccare e scartare nel tempo che occorreva per stamparne una sola? 


La velocità del consumo, l'induzione a comprimere una messe di esperienze ed emozioni in uno spazio temporale che si restringe ogni giorno di più lascia sempre meno margine alla possibilità della meraviglia e alla capacità di sedimentarsi di un'emozione ma anche di una vera riflessione. Utopicamente l'impiego della tecnologia ci avrebbe dovuto offrire un equo scambio consentendoci di ridurre il tempo destinato alla produzione per guadagnare il tempo da dedicare alla vita, alla conoscenza e, perché no, come scriveva Paul Lafargue, all'ozio. E invece il tempo risparmiato deve essere immediatamente reinvestito per aumentare la produttività perché il ciclo non solo non si può fermare ma neppure rallentare. Questo ci ha portato a vivere moti di impazienza quando il nostro computer risponde con un paio di secondi di ritardo ai nostri comandi. O a consumare un film sullo schermo di uno smartphone, in piedi in metropolitana, tra un messaggio su whatsapp e l'altro. 

Il viaggio lento della balena attraverso l'Europa che ho prima immaginato e poi ricostruito, documentandomi per quel che mi era possibile, credo sia un'immagine potente di una diversa concezione del tempo. Questo, forse, si può ancora fare: provare a ricordare, districandosi tra le trappole della memoria e quelle dell'immaginazione, e rilasciare lentamente tracce della propria esperienza, che sia collettiva o individuale. Mi ha sempre molto colpito un proverbio africano ascoltato da adolescente: quando muore un griot – i “cantastorie” a cui era demandato nell'Africa occidentale il compito di tramandare la storia orale dei vari popoli – è come se andasse a fuoco una biblioteca. Credo che ognuno di noi porti su di sé e con sé la responsabilità di un griot. E, per azzardare finalmente una risposta alla tua domanda, direi: possiamo salvare le emozioni salvando il tempo.



La balena di Piazza Savoia può essere visto anche come un manifesto, un racconto personale ma esaustivo legato al cinema italiano tra i ’50 e la fine dei ’70 imbastito da immaginari lontani e sperimentazioni nostrane. Quale è stata la parte più difficile del confrontarsi e raccontare questo tipo di cinema febbrile?

Il cinema attraversa tutto il libro come passaggio segreto per accedere a luoghi in cui tutto poteva accadere: una geografia dell'anima in cui il West confinava con il Giappone, gli alieni si mescolavano ai gangster francesi, i vampiri si battevano contro gli agenti segreti, i dinosauri conversavano con i maestri di kung fu. Sono state stagioni irripetibili con scoperte frenetiche e innamoramenti furiosi. È bastato liberare la memoria ma in realtà ho sempre continuato a convivere con tutti questi affettuosi fantasmi come se non se ne fossero mai andati. Non è stato dunque difficile evocarli semmai la preoccupazione era di riuscire a restituire in poche pagine appunto la varietà straordinaria di un cinema senza steccati né tabù. 


Diverso è il caso delle vecchie sale cinematografiche, luoghi ormai scomparsi dei quali ho provato a rievocare, per chi non li avesse mai vissuti, gli umori e gli odori, quelli di arene in cui i personaggi sullo schermo e il pubblico avevano pari diritti in un unico travolgente spettacolo. Soprattutto ho provato a raccontare non lo spettatore avveduto che sceglieva un film da andare a vedere ma il popolo degli spettatori casuali, quelli che non andavano a vedere un film ma andavano al cinema, entrando a casaccio senza curarsi dell'orario, ignorando anche i titoli di quello che avrebbero visto eppure stranamente non sprovveduti, anzi, a loro modo resi quasi involontariamente competenti dall'assiduità quotidiana. Ecco quella è una fauna che oggi è definitivamente estinta e verso cui ho sempre avvertito un sentimento di istintiva fratellanza pur nella progressiva consapevolezza che andavo maturando nel tempo.

Una singola balena è riuscita ad abbracciare la memoria di qualche autore italiano come Luigi Malerba e due delle voci contemporanee più importanti della letteratura dell’Est Europa come László Krasznahorkai e Mircea Cărtărescu. Come credi sia stato possibile che un animale così grande sia potuto rimanere nell’inconscio di questi uomini -compreso il tuo- diventando un fantasma da affrontare?

L'apparizione della balena in un mondo ancora a bassa intensità di immagini, la sua evidenza fisica, la sua estraneità al contesto “domestico” in cui si palesava, l'hanno trasfigurata in una sorta di esperienza onirica che immediatamente ridimensionava tutto quello che ti circondava. Era l'irruzione di una creatura mitologica venuta da tempo che precedeva la Storia. Per un momento avevi la sensazione di essere appena sceso dalla macchina del tempo in un'era in cui l'uomo, ammesso che esistesse già, era un elemento marginale. Quando poi crescendo quella infantile disponibilità alla meraviglia si affievolisce, cominciare a inseguire la balena è stato come tentare di riconquistare quella condizione irripetibile, in un certo senso rimettere in discussione molte certezze acquisite e anche un po' usurate. Facendo ricerche per questo libro ho scoperto che le esperienze vissute da chi le aveva incrociate erano straordinariamente simili a tutte le latitudini e infatti c'è traccia di Goliath, di Jonah e di Mrs. Haroy (tre delle quattro balene che in quegli anni vagavano nel mondo occidentale) in molti scritti, diari, racconti, romanzi, blog. 


Credo tuttavia che la percezione dell'eccezionalità di quella visione si arresti grosso modo con la mia generazione. Sarebbe interessante verificare oggi che impressione potrebbe produrre una balena imbalsamata in giro per le piazze italiane. Continuo comunque a sperare che la capacità di meraviglia dei ragazzini contemporanei non si esaurisca nella caccia ai Pokémon agli angoli delle strade, creature guarda caso senza corpo né odore.

Tutta questa esperienza, dal tour dei cetacei alla ricostruzione di questo, delinea una divisione netta tra immaginario collettivo e individuale. Come credi che il ricordo individuale possa aver influenzato il collettivo e viceversa, come ti ha stimolato questa dicotomia?


È stato il motore di tutto: avevo questo ricordo incerto fluttuante nella mia coscienza, quella di una balena vista da bambino in una piazza di Campobasso e nessun altro se ne ricordava. Dovevo rispondere a queste due semplici domande: che c'era di vero dietro quel ricordo? e perché gli altri sembrano non ricordare? Così ho cominciato a scrivere questo libro. Tutto il percorso conduceva verso un finale in cui si dissipava la foschia dietro la quale si celava il mio ricordo personale e dissipandosi, incontrando gli altri “figli della balena”, da individuale diventava collettivo. Alla fine della strada mi piacerebbe poter dire, in un senso identitario totalmente laico: ora so chi sono e da dove vengo. Ma essendoci tra i film della mia vita “Blade runner” ...devo dire che non ne sono così sicuro!

Cosa ha significato riordinare questi avvenimenti, mettere in ordine una storia annebbiata dal tempo e imbastita da numerose leggende? Cosa significa fare chiarezza nella nebbia del nostro passato?

La mia personale caccia alla balena Goliath è durata per anni e non sono affatto sicuro che sia finita. La sua storia, nel libro, ha la funzione di uno scheletro intorno al quale si sono addensati tutti i ricordi che man mano affioravano. L'altra traccia, che ho definito una sorta di filo di Arianna, sono state tutte le vecchie agende di cui dal 1972, ho annotato diligentemente tutti i film che vedevo. Forte di questi due solide guide ho lasciato fluire liberamente la memoria arrestandomi di tanto in tanto a riprender fiato, a riflettere sul significato di alcuni segnali incontrati sul cammino con la nuova coscienza di adulto oppure ad abbandonarmi a piccole digressioni critiche sul cinema per chi non conosceva o non ricordava alcune sue derive del tempo. 





Il passato è un terreno infido in cui devi guardarti dai falsi ricordi (basta, in questi casi, sollevare il dubbio), dalle deformazioni emotive cui è esposto, dalla differente prospettiva in cui lo rivivi, anche solo dalla diversa statura dalla quale osservi luoghi e persone. Il passato, per usare un gioco di parole, non passa mai, si limita a trasformarsi: ma per fare chiarezza dal punto di vista di chi non pretende di essere uno storico, anche le nebbie, le rimozioni, i depistaggi, l'enfasi emotiva contribuiscono a costituire quello che ognuno di noi definisce il proprio passato. Dunque hanno secondo me piena cittadinanza perché qualcosa raccontano di te e del tuo tempo. Ho anche imparato che al di là dell'esperienza individuale, nessuno vive davvero in un vuoto pneumatico e la percezione individuale discende sempre dall'aver attraversato un “passato storico” popolato di persone reali che facevano cose reali e che inevitabilmente determinavano la tua coscienza.

Anche nella Bibbia ritorna la figura della balena, l’episodio di Giona imprigionato nella sua pancia è il rovesciamento della balena di Piazza Savoia. Non è l’uomo che fagocita la balena ma questa, spinta da Dio, a inghiottire la diffidenza di Giona. Da questa situazione sarà la preghiera ed essere la chiave per la libertà. Dopo questa tua ricerca, questo libro in continuo divenire, ti senti libero dal tuo viaggio personale?


È una notazione molto interessante quella fai su questo -
rovesciamento-. Istintivamente ti rispondo che, non credendo, scrivere ha per me egregiamente sostituito la preghiera nel processo di liberazione personale. Da un certo punto di vista penso che non mi libererò mai completamente da questa storia, da un altro mi sento quantomeno sollevato dall'ansia di dimenticare alcune cose perché le ho finalmente consegnate a chi ha avuto e avrà la gentilezza di leggermi. 

Soprattutto sono felice di una sorta di reazione a catena che nel suo piccolo La balena di piazza Savoia sta innescando in chi lo legge: smuovere le personali memorie, far riaffiorare i ricordi, scoprire che appartenevano, se non a tutti, a molti di noi. Ogni volta che, nel corso di una presentazione, qualcuno alza la mano e dice: “ma anche io ricordo di aver visto la balena!” provo un intimo moto di piacere: quello di recuperare un senso di appartenenza in un paese che, di questi tempi, troppo spesso si compiace nel dimenticare, nel falsificare, nel mortificare le esperienze collettive in favore di quelle di massa. Tutti espedienti funzionali a non progredire e a non far progredire. Certi giorni mi sembra di risvegliarmi in quel film con Bill Murray, “Ricomincio da capo” e mi chiedo quando è che inizierà il prossimo film.





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