domenica 5 novembre 2017

I Tabù allucinati di Giordano Tedoldi

Di Giordano Tedoldi avevo sempre captato l'eco di apprezzamenti sotterranei -ma numerosi- per un autore che negli anni aveva deciso di sparire dopo appena due lavori. Continuavo a percepire questo nome in svariate occasioni, tra i racconti di vari autori nostrani e qualche lettore di vecchia data.

Pochi anni dopo il ritorno, la sua raccolta di racconti Io odio John Updike viene ripubblicata da minimum fax e il sottoscritto ha la fortuna di assistere a più presentazioni pungenti. Così la pubblicazione di Tabù, l'ultimo romanzo arrivato di casa Tunué, è stata la scusa per poter finalmente capire cosa spingesse tutti a sussurrare, quasi come fosse un segreto, delle capacità di questo scrittore. 




L'amore è osservazione, dalla prime pagine non sembra esserci nessun tipo di dubbio. Osserviamo una vicenda apparentemente stereotipata, la definizione di un triangolo amoroso e di un desiderio che sembra uscito dalle pagine di Moravia e influenzato da un estro molto fellianiano.

Un approccio molto letteratura italiana dei '60 in cui il tabù è inizialmente legato al nostro desiderio, a tutti quei momenti d'intensa possessione. 
Più ci avvicineremo all'entità ambita e più vedremo il desiderio affievolirsi e il tabù diventare strumento del desiderio stesso.

Nessuno di noi è armonico ma alcuni riescono a usare il caos.

È il caos a dominare tra le pagine di questo romanzo, muove tutto, anche l'esperienza del lettore sicuramente sorpreso di fronte alle numerose capriole fatte da questa storia.
Sembra una lenta mutazione in più stadi, la carne e il corpo verranno perduti e potranno essere recuperati solo con una buona dose di cannibalismo.

Il tabù che inizialmente sembrava di tipo sessuale diventa filosofico. 
Il romanzo che inizialmente sembrava esser lineare, quasi canonico, diventa febbrile.
Negli spazi piccoli e privati, nella comune, nelle relazioni create dai personaggi di questo viaggio, dovrebbe esserci l'amore ma non c'è. C'è la perversione.

Tabù è una parola polinesiana formata da due elementi: il ta che significa "marcare, notare" e il , un rafforzativo.

Così vivremo, saremo marcati, in prima persona una vicenda di passioni carnali ma confuse, da uomini in cerca dei propri limiti, continuando a interrogarci sulla consistenza del nostro corpo e tutto quello da esso contenuto.

La cultura, non l'ignoranza; la luce, non l'oscurità sono i segni di un incendio: così siamo fatti noi oggi, censori senza odio, che sulla pira alleggeriscono il mondo dell'ingombro di valori e pesi smisurati e insostenibili.

Tedoldi spinge sul significato di mancanza, quello dell'amore per un qualcuno che non sappiamo realmente chi è, sulla promiscuità, sulla contaminazione che questa potrebbe avere sulla nostra mente attraverso giochi di memoria e doppiezze.

Il gioco, dopo l'ennesima svolta, diventa a tre partecipanti e metafisico.

Uomo, Dio e mondo. Come dice la metafisica non c'è altro. Sono sempre lì a tramare qualcosa.

Foto originale di Chiara Pasqualini 

Una scrittura matura, densa, quasi soffocante ma estremamente avvolgente, è stata la compagna di un viaggio per me allucinato. Ho visto l'oltre in un romanzo spinto agli eccessi con fare sornione.


Dalla borghesia solida e intoccabile ho visto nascere creature mostruose, partecipando al gioco di un mondo da definire seguendo la costruzione del nostro io.

Mi piace molto immaginare quale mondo tenuto per vero e reale abbiamo in testa, e quale disastro ne conseguirebbe se potessimo attualizzarlo con una creazione dal nulla. L'aborto che ne uscirebbe sarebbe magnifico, frutto di un disegno intelligente e consapevole, e pur sempre mostruoso.

Viene quasi spontaneo chiedersi se siamo tutti figli della realtà. A questo punto Tedoldi ci suggerisce di pensare a quale realtà avrebbe potuto partorirci con un romanzo riuscito nonostante una parte finale non allo stesso livello delle precedenti.

Penso a quanto è bello l'istante in cui il dolore riga il mondo, annunciando la mortalità di ogni cosa, scoprendo i capillari della vita. Noi siamo sangue felicemente smarrito nel cosmo.

Il libro si chiude con un senso di stordimento, con più domande di quante siano le risposte e con la consapevolezza di dover ritornarci sopra anche a lettura conclusa, così solo come la grande letteratura è in grado di fare.

In conclusione sono riuscito a codificare tutto questo vociferare attorno a una voce personalissima e potenzialmente non facile da digerire per la totalità dei lettori.

Giordano Tedoldi ha saputo scavare, mordermi, mostrandomi come qualsiasi tabù sia alla fine il senso dell'altro. La capacità attraverso il proibito di abbracciare la forma del mondo.

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