giovedì 12 ottobre 2017

Meglio regnare all'inferno: Perché i serial killer popolano il cinema, la letteratura e la TV. #LeInterviste

Negli ultimi anni mi è sembrato di percepire una sorta di ritorno all'orrore. Un nuovo avvicinamento alimentato da Cinema, Serie Tv e -anche se timidamente- dalla Letteratura. 
Negli anni della nostalgia, in cui l'interesse al passato tanto funziona, mi sono interrogato su come sia stato possibile questo ritorno al male.

Per l'uscita di Meglio regnare all'inferno (Lindau) ho pensato di fare due chiacchiere con Mario Arturo Iannaccone, sul suo studio della figura del serial killer e sulla nostra contemporaneità nera, su questa antica fascinazione.




Volendo definire questo libro uno studio sulla figura del serial killer dall’Ottocento ai giorni nostri passando per ogni tipo di arte, ci racconti come è nata questa ricerca e l’aspetto più complesso in cui ti sei imbattuto?

La ricerca nasce da uno studio che mi fu richiesto anni fa sulle vittime degli 
omicidi violenti. Lo scopo dello studio era limitato soltanto ad alcuni aspetti e solo in seguito ho continuato a studiare l'argomento, arricchendolo con la mia lunga frequentazione con la letteratura, il cinema e infine anche la televisione crime. Ho deciso di concentrami proprio sul serial killer perché mi sono reso conto - come tanti, credo - di quanto sia diventato nel tempo una tipologia di personaggio che viene inserito quasi obbligatoriamente nelle narrazioni nere anche se, a stare alla statistiche, è un personaggio sovrarappresentato: la sua frequenza nell'immaginario non riflette affatto la realtà. Il serial killer è un concentrato di malvagità, follia, devianza, solitudine utilissimo allo sviluppo delle storie moderne. Il suo uccidere a puntate si adatta alla serialità televisiva e a quella romanzesca. 

L’aspetto più complesso, a parte l’eziologia (cosa spinge a uccidere per uccidere), è la manipolazione a cui la figura del serial killer è stata sottoposta per interessi diversi e persino opposti. 
Ad esempio, negli anni Ottanta, dopo il caso Atlanta Child Murder (1978-1981), quando fu coniata la definizione e il nome serial killer, esso rappresentava il giovane trasgressivo dei due precedenti decenni: trasgressione sessuale e omicidiaria venivano spesso uniti. Ne ho parlato qui.

Menzioni anche il rapporto tra serial killer e la cultura popolare, come il rapporto tra questi due elementi si sia modificato nel tempo. Come è stata possibile una normalizzazione della morte?

La morte violenta viene continuamente proposta in ogni forma della cultura popolare e anche nell'infotainment. Nel capitolo dedicato alla televisione tabloid, ad esempio, tratto - anche se il tema meriterebbe ulteriori approfondimenti - di come la morte procurata sia divenuta spettacolo, argomento di dibattito da salotto televisivo o tema intellettuale chic. La morte di qualcuno viene continuamente riproposta in ricostruzioni realistiche, fatte con attori. Queste ricostruzioni realistiche di eventi veri, talvolta iperrealistiche (c’è il sangue, c’è l’urlo) sono come omicidi veri, ripetuti. Sono come sacrifici continuamente replicati. Nel libro cerco di ragionare sul perché i media continuino a rappresentarli in questo modo, al di là dell’ovvia ragione: “questo è spettacolo e fa audience”. 


Il rapporto fra serial killer e cultura popolare è cambiato nel senso che un tempo questi erano visti come casi rari ed eccezionali, mentre oggi la televisione, il cinema e il romanzo ci hanno abituati a considerarli una tipologia diffusa di omicida. Addirittura ci sono serial killer, come i famosi Ted Bundy e Richard Ramirez, e che si sono sposati in carcere e che sono stati considerati vere e proprie star anche se avevano commesso atti orribili, procurato morte, dissacrazione, necrofilia.

Ancor più della letteratura il cinema riesce oggi ad amplificare il fascino del male, a monetizzarlo e a sfruttarlo come mezzo di comunicazione. Basti pensare al recente remake di It di Stephen King in cui l’immagine, ancora prima del cuore di una vicenda, diventa il biglietto da visita di una serie di morti preannunciate.

Come è cambiato il rapporto tra immagine e l’immaginario del serial killer?


Un tempo c’era una divaricazione evidente tra i film dedicati a figure vere, che venivano condannati senza reticenze, si pensi a Rillington Place 10, dedicato al caso John Christie, e quelli immaginari, che erano eccessivi, gotici, grotteschi. Oggi il confine fra serial killer veri e immaginari è più sfumato. Il film dedicato a Zodiac del regista Fincher (2007), racconta di un seriale vero ma sembra inventato. 


Il ruolo centrale, nel plasmare l’immaginario nero e la necrocultura ammirata dai serial killer lo svolge oggi la televisione. Sono state prodotte molte serie, anche di alto livello, che presentano aspetti che soltanto 20 anni fa sarebbero stati considerati sconcertanti. Basti pensare a Dexter, il cui protagonista è un simpatico serial killer… di serial killer ma che, all'occorrenza, uccide anche persone innocenti che ostacolano i suoi piani. O The Fall (dove la Profiler sembra affascinata dal killer) o molti altri.

Citerei, tra i tanti, Hannibal: una raffinata quanto perturbante riflessione sull'arte di uccidere, dove lo psichiatra cannibale Hannibal manipola il suo profiler confermando le teorie della Behavioral Science Unit, l’unità speciale contro i serial killer costituita nel 1983, secondo la quale il “cercatore di serial killer” deve pensare, quasi essere come un serial killer. Come fosse una forma d’arte, di possessione irrazionale. It peraltro è ispirato, almeno nella sua icona centrale, il clown, alla figura autentica di John Wayne Gacy, autore di 33 omicidi, sospettato di essere legato a una rete pedofila (non diversamente dal belga Mostro di Marcinelle, Marc Dutroux), e che ha inventato la figura di Pogo il Clown. Studiando questo fenomeno si viene portati a continui, strani detour che si collegano ad ambiti psichiatrici, militari, scientifici…



Sostieni che la rappresentazione dell’omicidio seriale sia anche un veicolo di significati, un tramite di messaggi ideologici culturali. Credi ci sia un momento preciso in cui l’assassino è diventato un comunicatore contemporaneo?


Sì e non sono l’unico a sostenerlo, anche perché la manipolazione ideologica, diciamo così, è piuttosto evidente. Accennavo prima all’uso del serial killer come simbolo della Great Society di Lyndon Johnson e dei Sixties (l’induttore di omicidi Charles Manson ne è un esemplare conosciuto) ma poi l’agenda è cambiata: il serial killer diviene il prodotto della cultura patriarcale, della famiglia. Talvolta uccide ma a fin di bene o è una sorta di fautore dell’eugenetica moderna o dell’eutanasia. C’è il caso di una serial killer francese che è stata condannata a una pena mite, soprannominata La Madonna dell’Eutanasia, ed è fondamentalmente rappresentata come una figura positiva. Eppure ha ucciso molte persone non consenzienti.

Al di là del significato che viene veicolato dall’opera nella quale i serial killer sono inseriti (TV, cinema, romanzo o anche fumetto) si tende a far credere che gli assassini stessi sono o sono stati spesso comunicatori, quasi sia una caratteristica del serial killer (che infatti firma le sue azioni: signature). In realtà si tratta di casi sporadici. Non accade così di frequente come le serie TV o il cinema lascerebbero supporre. A parte il classico Jack lo Squartatore, c’è il caso dell’imprendibile Jazzman, un misterioso omicida che ha assassinato una decina di persone inviando poi messaggi alla polizia e richiamandosi al jazz. Diceva di voler uccidere Dal Tartaro, dall'inferno (From Hell, come Jack lo Squartatore) coloro che detestavano il jazz. Poi c’è il primo caso vero e proprio di comunicatore: Zodiac. Che ha inviato messaggi in codici difficilissimi da decifrare. Per questi omicidi, avvenuti nella San Francisco del 1969, sono stati sospettati vari personaggi anche del jet-set culturale del tempo. È più di tutti l’archetipo dell’omicida organizzato, che segue un rituale misterioso e lancia messaggi affascinanti. È diventato il centro di una rete di appassionati decifratori che si riuniscono più volte all'anno e pubblicano bollettini; come i rippologist, gli appassionati dello Squartatore. Zodiac è un punto di non ritorno, dopo questi omicidi sono nati i romanzi nei quali il seriale comunica in modo enigmatico e beffardo. Nel libro cito i primi libri dedicati a questo tema, come certi romanzi di Patricia Highsmith, e quelli che negli anni Ottanta hanno contribuito all'affermazione definitiva del tema: i romanzi di Thomas Harris, Richard Patterson e i procedurali di Patricia Cornwell.

Se la morte può essere anche imitazione artistica, un gesto veicolato da regole e avvolto da purezza, come può essere meglio regnare all’inferno?

Come è noto la frase “Meglio regnare all'inferno” si ritrova nel discorso che il Satana di Milton fa all’inizio del Paradiso Perduto. Alcuni dei più clamorosi casi di seriali che si consideravano artisti della morte, come H. H. Holmes (Herman Webster Mudgett, 1861-1896) e che volentieri si richiamavano a immagini sataniche o demoniache, sono apparsi, nei loro scritti e nelle interviste che hanno rilasciato, molto orgogliosi del loro lavoro, della loro vocazione a uccidere essendo al di sopra del bene e del male. 


Come il serial killer John Doe del film “Seven” (1995), che uso come leitmotiv nel libro, costoro hanno voluto essere i primi della loro classe. In questo senso ci sono casi di seriali che hanno letteralmente dichiarato di  aver “preferito” primeggiare nel male. Si pensi alla coppia inglese, assassina e pedofila, Ian Bradley e Myra Hindley, i Moors Murders (1963-1965), soprannominati The Evil: il Male. Dal punto di vista mediatico, con i loro sacfrifici di bambini (di questo si tratta) sono stati loro a cancellare ogni forma di residuo vittoriano nella Gran Bretagna dei Beatles, inaugurando il lato oscuro dei Sixties britannici. 
Una sorta di terribile artista è stato anche il cosiddetto BTK killer (Bind Torture Kill: Lega Tortura e Uccidi), Dennis Rader di Wichita, preso dopo 30 anni. Un vero comunicatore che trasmetteva i suoi messaggi attraverso lettere, poesie macabre e polaroid. Il cinema e la letteratura crime hanno ripreso questi rari personaggi e ne hanno fatto una tipologia precisa. Il killer di Anamorph che dispone i cadaveri in composizioni anamorfiche viene descritto come un vero genio, ma Jeffrey Dahmer (il Cannibale di Milwaukee, 1991), che decorava le sue vittime, le mutilava e scattava polaroid per un inaudito portfolio, non mostrava questa grande intelligenza. 

Tuttavia esistono casi in cui il collegamento morte e imitazione artistica può essere preso alla lettera. Mi riferisco agli sconcertanti collegamenti che esistono fra il caso di Black Dahlia e il mondo dei surrealisti espatriati in California, i quali si compiacevano di creare immagini di morte e omicidio. Solo arte? Non sarebbe stato d’accordo il personaggio a cui si ispiravano, il marchese Donatien De Sade, che passava volentieri dalla letteratura alla vita vissuta e si riteneva il vero interprete dell’illuminismo. È possibile che uno della loro cerchia (molto bene connessa con Hollywood), il dottore incestuoso e pedofilo George Hodel - costretto ad allontanarsi dagli USA per lo scandalo - sia andato oltre l’immaginazione e abbia colpito, anche più di una volta. Le prove a suo carico sono molte e concordanti: il corpo drenato di sangue e tagliato in due della giovane Elisabeth Short fu deposto a Los Angeles la mattina del 15 gennaio 1947 come le modelle raffigurate nella posizione del minotauro da Man Ray. E “Minotauro”, divoratore di fanciulle, era la patinata rivista dei surrealisti americani. Collegamenti fra sangue vero e devianti teorie artistiche, follia e malvagità, manipolazioni culturali e interessi degli Stati fanno della storia dei serial killer qualcosa di molto più complesso di ciò che, a prima vista, potrebbe sembrare.


Quella descritta da Iannaccone è una contemporaneità a più strati in cui il male ha sì uno storico ma che oggi -forse per la nostra vicinanza- risulta sotterraneo. L'arte diventa quindi il segnalatore di un'emozione precisa, quella dell'instabilità e del fascino verso l'ignoto.

Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell'intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell'intelletto in generale - Edgar Allan Poe.

2 commenti:

  1. In definitiva i "veri e autentici" assassini seriali sono quattro gatti, gli altri sono solo esaltati da TV e Romanzi che 'amano' il genere e fanno quindi tendenza. Ho capito bene?

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