giovedì 16 marzo 2017

Gli Undici Treni di Paolo Nori tra ironia e parola.

Il Tristobar non è il luogo migliore nel quale incontrarsi, un ambiente alquanto bizzarro in cui due uomini e diverse vicende dalle innumerevoli direzioni si intrecciano. Stracciari e Baistrocchi, i protagonisti di questa storia, proprio qui uniscono le loro strade, avvicinandosi e allontanandosi, seguendo gli Undici Treni di Paolo Nori (marcos y marcos).




Per definire l'ultimo libro dell'autore emiliano potrebbe essere per me facile parlare di un romanzo divertente, scanzonato, dai toni leggeri. Una lettura di intrattenimento piena di avvenimenti godibili. Nulla di più sbagliato.

Questo l'ho capito quando ho pensato alla commedia all'italiana, un filone che ha storicamente interessato il cinema nostrano, sfociando, con qualche sporadica eccezione, nella nostra letteratura. Oggi questa peculiarità, la vena ironica dal retrogusto amaro che tanto piace a noi lettori, si palesa soprattutto nei vari gialli dei numerosi commissari. Della tradizione di una letteratura più ironica invece, rimane forse, uno sporadico Stefano Benni. In tutto questo non avevo ancora scoperto l'intelligenza di Paolo Nori.

Questi undici treni sono macchinati da personaggi non nuovi ai lettori più appassionati poiché questo par essere uno dei tanti tasselli che compone l'universo noriano. Un macrocosmo da affrontare come sfida e al tempo stesso come gioco. 


(...) io non ho una testa, ho una casa di tolleranza.


Questa una delle innumerevoli confessioni di Baistrocchi grazie alle quali dare una definizione precisa al tipo di predisposizione necessaria all'esperienza di lettura.

Gli scrittori saranno i comici, le espressioni saranno parassite, la sintassi sarà un segno distintivo. Ecco alcune delle caratteristiche con un unico comune denominatore: il legame con la parola.

La trama non è importante, non in questo caso, sembra quasi superflua quando queste parole così distorte sono in grado di divertire così tanto. Alcune vengono modellate, altre inventate, alcune tradotte per mutarne il significato senza seguire nessun tipo di regola al di fuori della cura, dell'intelligenza appunto.

Lecito chiedermi come potesse apparire la realtà di fronte una descrizione anomala. Ho trovato questa risposta nella definizione di un rapporto.

Come se una relazione fosse una scatola protettiva, un imballaggio, una confezione che è vero, si stava meglio, più riparati, più al caldo, ma non si vedeva un cazzo.

Come se, aggiungo io,  ci nascondessimo dietro le nostre certezze, dietro quelle parole che sappiamo di saper dominare, non accorgendoci delle possibilità offerte dall'ignoto. Necessario sarà il coraggio di avviarsi verso di esso, magari su un treno, all'ascolto di una delle tante registrazioni piene di frasi adatte a qualsiasi tristobar. Quelle che nella loro distorsione sono capaci di mostrarci la vera realtà del mondo.

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