domenica 13 novembre 2016

Paolo Cognetti: La prossima strada sarà quella che mi porterà ancora più dentro la montagna #LeInterviste

Il ritorno di Paolo Cognetti è stato una festa. Le otto montagne, il suo primo vero romanzo, è stato presentato alla Gogol & Company di Milano in compagnia di Matteo B. Bianchi. Si è discusso dell'amicizia tra uomini, di padri e di figli, di parole non dette e silenzi della natura.

Dopo numerose narrazioni al femminile, Pietro e Bruno saranno gli uomini capaci di condividere insieme esperienze forti. Un flusso nostalgico raccontato in una prima persona il mezzo per il quale emozionare con la semplicità della vita attraverso difficoltà e conquiste.

Ho chiesto a Cognetti di raccontarmi della sua montagna, della sua scrittura e del suo modo di narrare.





Da Il ragazzo selvatico, quaderno di montagna in cui ti racconti in prima persona, a Le otto montagne, quali sono state le difficoltà di questo passaggio?

Mi sono sentito come se con Il ragazzo selvatico avessi raccolto tutto il materiale che mi è servito per questo mio primo romanzo. La conoscenza dei luoghi, il modo di descrivere un bosco, una montagna, compresa la lingua di cui servirmi.
Mi è sembrato solo in seguito quanto grazie a quel quaderno mi fossi dotato dei mezzi per affilare i miei strumenti e che quel libro fosse un lungo impadronirsi della lingua necessaria alla montagna. Ho semplicemente detto a me stesso: adesso la uso per scrivere una storia.

La montagna che racconti è una montagna tutta Italiana, un luogo restituito al lettore con autenticità. Mi chiedevo però, alla luce del tuo rapporto con la letteratura americana, se ci fossero differenze con quella montagna e quella natura che tanto spesso ci viene raccontata.

Credo sia la stessa cosa. Perché nella letteratura italiana non c'è una letteratura dei grandi spazi? Se ci pensiamo il mare lo abbiamo anche noi e nessuno ha mai scritto Moby Dick o Il vecchio e il mare. A me non viene in mente nessun grande romanzo italiano né di mare né di montagna nonostante possiamo vantare ad esempio, una forte presenza di marinai e pescatori. 
La nostra è una letteratura molto urbana e dalla città, alla provincia o al piccolo paese la letteratura italiana ha dimostrato di essere ancorata a temi come la convivenza e quelli legati alle piccole-grandi comunità e non si è mai, per la sua tradizione, dedicata al paesaggio. Io questa letteratura dei grandi spazi l'ho semplicemente trovata nel Nord America e nel Nord Europa. Non è comunque una natura tanto diversa, basti pensare a Jack London e alle sue similitudini con la nostra natura, magari l'unica differenza sarà l'assenza di larici e caprioli.

La tua dedizione verso le emozioni hai avuto modo di svilupparla negli anni attraverso due modi di narrare diversi: quello del racconto e quello del romanzo. Il racconto, la narrazione con la quale hai lavorato maggiormente, potrebbe essere una sorta di formula matematica. Bisogna lavorare di sottrazione e anche ne Le Otto Montagne hai dimostrato di farlo. Qual è quindi la differenza strutturale in queste due forme?

Nel romanzo inevitabilmente prima o poi ti devi lasciare andare, se non succedesse difficilmente potrebbe nascere. Senza quel momento molto liberatorio in cui tu da scrittore lasci andare la mano e tu da lettore senti di poter leggere venti pagine alla volta senza accorgersi di niente, difficilmente un romanzo potrebbe funzionare. Invece penso che nei miei racconti si mantenga una densità dall'inizio alla fine, un lavoro sicuramente impegnativo per tutti quanti: per scrittura e per il lettore. Per me in questa forma va bene così. Non è per forza necessario lasciarsi andare o lasciarsi prendere e nel caso de Le otto montagne l'ho pensato proprio per sottrazione, senza mai aggiungere nulla.

Ragionando per dicotomie ed escludendo la tua formazione più primitiva dedicata al cinema, potremmo vedere la tua produzione dipanarsi su due strade diverse e delineate grazie alle quali hai raccontato sia New York che la montagna. C'è qualche altra strada che potresti intraprendere o ci dovremo aspettare una continuazione di quelle già mostrare ai tuoi lettori?

La mia prossima strada sarà quella che mi porterà ancora più dentro la montagna, magari in altri modi, in questo momento mi sento molto attratto da questo percorso tutto da percorre. Il fatto che Pietro, uno dei protagonisti di questo nuovo romanzo, se ne vada in Himalaya e che questa sia raccontata abbastanza poco nel romanzo, presentandosi al lettore come un accenno, è un dato abbastanza significativo. Al momento mi sento molto attratto proprio da quel mondo, sia dall'Himalaya che dall'India e sento di aver bisogno di scoprirlo meglio. La vita in questo momento mi porta lì e spero che la scrittura possa venire al seguito.



La continua ricerca di un posto nel mondo. Questa ad ossessionare le pagine di Cognetti, una delle voci più valide del nostro panorama letterario, da scoprire un passo dietro l'altro verso il raggiungimento di quella vetta chiamata grande letteratura.

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