lunedì 21 novembre 2016

Io non mi chiamo Miriam: Majgull Axelsson racconta il lato oscuro della Svezia #LeInterviste

Io non mi chiamo Miriam (Iperborea) di Majgull Axelsson ci riporta tra le pagine più nere della storia del Novecento. Il racconto dell'olocausto narrato attraverso i ricordi di Miriam, una rom pronta a nascondere la sua identità pur di trovare il suo spazio nel mondo, aggredisce il lettore attraverso una storia autentica e coinvolgente.



La Axelsson attraverso una scrittura fluviale non permette pause, nessuno stacco necessario per respirare, a favore di un fiume di storie fittizie e non, pronte a raccontare con maggior attenzione la minoranza rom e alcuni aspetti della società svedese del dopoguerra.

Avendo il piacere di poter parlare con l'autrice sono partito proprio da qui, dalla Svezia e da uno dei suoi episodi meno conosciuti, testimonianza del rapporto difficile tra abitanti autoctoni e rom. Episodio dal quale la scrittrice svedese ha deciso di partire per scrivere questo suo ultimo lavoro.

Ancor prima di dedicarti all'Olocausto avevi deciso di raccontare la rivolta di Jönköping del '48. Perché?

È una storia in cui mi sono imbattuta nel 1963, avevo sedici anni e ho sentito una lezione nella quale si parlava di questo argomento. Fu una cosa molto destabilizzante. Jönköping, la città in cui scoppiarono questi tumulti contro la comunità rom, è infatti una delle città più cristiane e religiose di tutta la Svezia. Inoltre mi sorprese sapere che quei fatti si verificarono solo tre anni dopo Auschwitz. Attraverso questa rivolta ho di conseguenza immaginato il passato di Miriam.


Dal giornalismo alla letteratura, questo il tuo percorso che ti ha spinto oggi ad ancorarti a quest'ultima forma. Cosa credi ti permetta di fare la letteratura, nonostante tu possa servirti ancora oggi del metodo del giornalismo?

Come scrittrice penso sia stato molto positivo per me aver fatto la giornalista, anche se oggi, non avendo più gli strumenti, sarebbe del tutto impensabile tornare ad esserlo. I giornalisti hanno un sacco di limiti, cose che non possono fare, in particolare quando ero giovane e scrivevo per il giornale c'erano un sacco di regole che trovavo molto stupide: non potevi usare la parola IO, non potevi fare delle descrizioni troppo lunghe come magari avresti voluto, non potevi usare delle metafore, oppure dovevi far finta di essere invisibile al lettore, ma sopratutto bisognava usare sempre un occhio esterno. Da scrittrice ho capito di poter fare il contrario, posso entrare nella testa delle persone e se voglio posso essere anche un uccello che vola sopra ogni cosa per descrivere tutt'altra realtà. In Strega d'aprile, uno dei miei romanzi precedenti, la protagonista è una strega che entra dentro la testa della gente e gli fa fare e dire cose che loro non vorrebbero. Questo è proprio il mestiere dello scrittore e solo adesso trovo molto più facile dire e raccontare la verità da narratrice che da non da giornalista. Si può dire che io dica delle verità attraverso delle bugie.



Per narrare di Miriam e del suo contesto difficile hai dovuto immedesimarti in un'esperienza terribile che fortunatamente non hai vissuto in prima persona. Quanto è stato difficile?

Non è stato difficile, ho letto su questa materia per tutta la vita e per scrivere Io non mi chiamo Miriam ho fatto moltissime ricerche. Sono sempre rimasta colpita dal non aver mai letto niente, almeno in Svezia, dedicato ai rom e all'olocausto. Quando ho scoperto l'episodio di Jönköping, lo spirito da giornalista ha prevalso e ho voluto saperne di più perché nonostante le informazioni su quanto successo si sappiano, i rom ne parlano solo tra di loro, non ne scrivono. Il loro atteggiamento può essere riassunto proprio in un loro motto: "dimentica e vai avanti".
Quando poi sono andata ad Auschwitz, mossa dalle ricerche per il libro, ho trovato un sacco di informazioni anche sulla parte del lager dedicato agli zingari su cui si sa tanto. Ho poi letto molti libri sul dottor Mengele, il dottore degli esperimenti disumani, su cosa avesse fatto prima e dopo la guerra, dedicandomi addirittura agli scritti del suo assistente.
Quando poi leggevo tutte queste cose mi arrabbiamo e sentivo ci fosse bisogno di qualcuno pronto a scriverle. In Svezia i rom non l'hanno mai fatto. Una volta mi è capitato di andare in una scuola frequentata da molti bambini rom, per parlare proprio di questo libro e a un certo punto, nel raccontare la scena di questo vecchio dentro il campo di concentramento che grida <benga!-benga!>, uno dei ragazzini presenti ha capito subito a cosa si stesse riferendo l'anziano, al diavolo. Tutto grazie alla testimonianza del nonno e del suo tramandare queste storie di generazione in generazione nonostante nessuno ne abbia mai scritto. Quando mi capita di incontrare questa comunità dico sempre ai rom di raccontare le loro storie perché devono farlo. Un esempio è la scrittrice svedese-rom Katarina Taikon che ha scritto della loro condizione e proprio grazie al suo lavoro negli anni '60 c'è stato un miglioramento delle condizioni di questo popolo. Non è stato quindi difficile per me fare questo libro, al contrario, è stata un'esperienza interessante.

Leggere questo romanzo ha significato avvicinarsi a una donna prigioniera allo stesso modo di guardie delle SS come della sua identità. Miriam risulta essere, contro ogni previsione, prigioniera del suo passato ed è proprio contro questo che la Axelsson sembra voler metterci in guardia. 

Solo il presente contava. E il presente era un treno comodissimo che attraversava cullandola un paradiso senza filo spinato né macerie.

Oggi quel treno continua a correre, pieno di ricordi terribili e momenti indelebili. A noi non farlo fermare.

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