mercoledì 7 settembre 2016

Andrés Neuman: quando scrivo la vita mi piace di più #LeInterviste

A distanza di anni Andrés Neuman, uno dei più importanti autori argentini contemporanei, torna in Italia con un nuovo editore e un mini tour per presentare Le cose che non facciamo, il suo ultimo lavoro targato SUR. La raccolta di racconti con la quale è riuscito prepotentemente a catturare nuovi lettori (compreso il sottoscritto) e a confermare nuovamente il suo grande talento.

In occasione della sua presentazione torinese alla Libreria Bodoni, Neuman ha avuto modo, sollecitato dalle domande di Marco Peano, di raccontarsi al pubblico e di parlare del suo contenitore di storie, di frammenti e di piccoli attimi quotidiani.



Solo dopo un gran numero di copie firmate, ho potuto scambiare due chiacchiere con lui, sedendomi di fronte un uomo brillante, uno spaccato di ironia e profondità sorprendente.

Ecco come è andata:

Come la maggior parte degli autori sud americani, anche la tua produzione si muove tra romanzo, racconto e poesia. Al racconto hai dedicato addirittura diversi dodecaloghi. Mi chiedevo quindi se questa forma di narrazione breve ha per te qualcosa in più rispetto le altre e se riesce in qualche modo a condizionare il tuo sguardo.

Credo di si, immagino il racconto come una frontiera tra la pulsione narrativa e la curiosità linguistica quindi tra la capacità di creare personaggi e di giocare-lavorare sul ritmo e sulla forma. Il racconto è un paese immaginario che sta al confine tra il romanzo e la poesia.
Per me è anche molto piacevole perché è l'unico modo che conosco per esercitare la narrativa e la poesia insieme. Mi piace molto scrivere romanzi, mi piace molto scrivere poesie ma con il racconto provo una specie di doppia soddisfazione.

Alla base delle tue storie, tra i rapporti di coppia e non, c’è un incomprensione. Come se al mondo ci fossero più elementi che parlano un linguaggio diverso. Una delle soluzioni di fronte a questa incomunicabilità par esser il compromesso, quest’ultimo in uno dei racconti viene metaforicamente tracciato con una semplice linea sulla sabbia. C’è però secondo te un limite, nella vita come in letteratura, da non dover superare per conciliarsi con quello che ci circonda?

Tu stesso nella tua domanda hai a tua volta tracciato un'altra riga immaginaria che è quella tra la vita e la letteratura, ponendole come due cose diverse. Non sono molto sicuro che lo siano. Quello che facciamo nell'ambito letterario e di finzione influisce molto sul nostro comportamento vitale, non credo che si possa cambiare una cosa senza influenzare l'altra e viceversa.
Questo non significa che la relazione tra la scrittura e la vita sia speculare, può essere una relazione di poli opposti, una dialettica di qualche tipo, si può scrivere esattamente il contrario della propria vita ma anche quella risulta essere una relazione di dipendenza: se io cambio un polo da una parte per forza anche l'altro dovrà cambiare.

Personalmente quando scrivo la vita mi piace di più, la stessa cosa quando guardo un film. L'effetto dell'arte credo evolva insieme alla vita.
Arriviamo in questo modo a una conclusione stupefacente: quando non siamo in contatto con la fiction e con la letteratura, la vita paradossalmente diventa per noi irreale. Non ci renderemmo conto di essere vivi se non fossimo in contatto con qualche tipo di linguaggio e di filtro estetico. Quindi non solo non ci sarebbe in questo caso una differenza tra vita e scrittura ma ci sarebbe invece una relazione di rafforzamento reciproco, di avvicinamento.

In Italia negli ultimi dieci anni si è consolidato il fenomeno Roberto Bolaño. Uno degli autori con i quali hai condiviso la Spagna, l'essere uno scrittore di frontiera e un rapporto di stima reciproca. Cosa ha significato confrontarsi con uno dei più importanti autori sud americani del nuovo secolo? Hai qualche aneddoto da raccontare?

Ho visto Roberto Bolaño di persona una sola volta, il nostro rapporto è durato soltanto pochi anni perché l'ho conosciuto che ero molto giovane e poi lui è morto quando avevo 23-24 anni. L'ho conosciuto quando ne avevo 20 e nel corso di quei tre-quattro anni la nostra relazione è stata perlopiù telefonica ed epistolare.
Per me Bolaño è un mix tra un fantasma e un fratello maggiore. Mi dava molti consigli, alcuni del tutto assurdi. Ad esempio, alla fine di ogni mail mi scriveva: "ama, vuoi bene ai tuoi genitori e mettiti il preservativo".
E se si uniscono i due consigli ci si rende conto che Bolaño aveva molto chiaro che la mia generazione, a differenza della sua, non era una generazione che si sentiva orfana ma piuttosto che si sentiva non fertile, incapace di avere figli dal punto di vista socio-economico e culturale.

Il ricordo più bello che ho di lui in persona fu quando sono stato 24 ore chiuso in casa sua e non riuscivo ad andarmene perché lui era ipnotico e non dormiva, tipo vampiro. Il ricordo che conservo con più affetto è una partita di scacchi 
durata tre ore. Io credevo di essere un gran giocatore
 ma lui ha vinto. 
C'è da dire che io avevo bisogno di whisky, mentre lui beveva solo tea, siccome per ragioni di salute non poteva bere alcolici. Quindi io continuavo a bere ed ero sempre più ubriaco e lui continuava a bere tea ed era un po' più lucido, ma io credo comunque che Bolaño sia sempre stato un poco più lucido degli altri, questo perché ha vissuto metà della sua vita sapendo di poter morire in qualunque momento ed è qualcosa che dovremmo ricordare sempre ma che lo ricordano solo quelle persone che chiamiamo malati.



Di grandi autori credo di averne visti diversi nella mia vita, pochi però hanno saputo trasmettermi la competenza, la dedizione e la passione di Neuman. E se uno come Bolaño arrivò ad affermare che la letteratura del XXI secolo sarebbe appartenuta a Neuman e a pochi suoi fratelli di sangue, un motivo ci deve essere stato, al di là di ogni forma di amicizia e io credo di averlo capito.

Traduzione di Giulia Zavagna

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