domenica 24 luglio 2016

Il testimone: il grande romanzo contemporaneo di Juan Villoro

Octavio Paz e Juan Rulfo. Penso alla letteratura messicana, ai suoi padri, coloro i quali hanno in qualche modo rivoluzionato una certa idea di raccontare storie. Penso ai loro figli letterari, alla generazione successiva, citando José Emilio Pacheco e Sergio Pitol. Sui contemporanei però, mi sono sempre fermato in cerca di un successore, un nome da affiancare ai grandi. Questo prima di leggere Juan Villoro e il suo Il testimone, ultimo romanzo dello scrittore sud americano (classe ’56) pubblicato in Italia da gran vía.


Quello di Villoro è un nome che pare aver trovato in gran vía l'editore della valorizzazione e della continuità. A dimostrazione di ciò, dopo tre anni da La piramide, ecco apparire un nuovo romanzo ad ambientazione tutta messicana dalle intenzioni ambiziose.
Il testimone in questione verrà impersonificato da Julio Valdivieso, professore messicano che dopo una parentesi europea, grazie a un anno sabbatico, farà ritorno nella sua terra natia per seguire le tracce del poeta Ramón López Velarde. Ritornare nel luogo dell’infanzia significherà affrontare i fantasmi del passato e le nuove complicazioni, destreggiandosi tra vecchi compagni universitari, la Guerra Cristera, un poeta amato da Borges morto trentatreenne, il Messico con tutte le sue contraddizioni e Nives, il suo unico amore da tempo perso e solo ora ritrovato tra vecchie lettere scritte da chi recitava poesie specchiandosi in un pozzo e non potrà più pronunciare parola perché rapito dalla morte.

Forse l'aveva amata segretamente, come si amava in quelle vecchie case, con timore e  vocazione al martirio, con la voglia di essere uno di quei santi torturati che decoravano le pareti.

Troppo spesso ci capita di essere spettatori della nostra vita, di rimanere impassibili di fronte alle scelte del destino, proprio come Julio, un’anima segnata da un atto mancato, un uomo deciso a riappropriarsi del passato affrontando un ritorno impregnato di melanconia.

Andare avanti sembra esser l’unica soluzione per sopravvivere, per rialzarsi senza pensare a quelle incompiutezze tanto dolorose e così determinanti nel momento del ritorno. Come se il nostro vivere fosse incentrato sul dimenticare alcuni incroci del nostro percorso, sottolineando la facilità di cancellare qualsiasi esperienza e/o fatto in mancanza di un testimone.


Così la storia messicana può essere accantonata, dimenticata e manipolata per creare addirittura una serie televisiva da affiancare a strane dinamiche di potere, può bagnarsi di misticismo, di illegalità, di letteratura. Villoro sembra voler immergersi in essa e tramite la vicenda di un uomo incompleto ci mostra il futuro correre verso il passato.

Il testimone risulta essere un libro camaleontico e ambizioso: la sua lunghezza, le sue cinquecento pagine di solidi intrighi, di citazioni letterarie e dialoghi serrati sono un risultato che pochi autori potrebbero ottenere nonostante manchi ancora l’incisività e la potenza dei grandi, parlare di grande romanzo messicano contemporaneo non sarebbe poi così inappropriato.

Mi sono trovato di fronte a un romanzo faticoso, un gioco di specchi estremamente appagante divenuto testimonianza della bravura disarmante di Villoro. Ne Il testimone tragicità e emotività si mischiano dando vita a un classico contemporaneo nel quale il nostro dolore nascosto dentro un pozzo aspetta per anni il momento giusto per trascinarsi fuori da quella prigione buia. A fine lettura potremo accoglierlo con un sorriso tra le labbra, quasi non fosse il nostro, guardandolo da esterni ma con una consapevolezza diversa.

D’altronde lo ha detto anche Marx: la storia di ripete due volte, la prima come tragedia, la seconda come telenovela.
Alla prossima

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