martedì 1 dicembre 2015

Orhan Pamuk presenta "La stranezza che ho nella testa"@ Teatro Carignano di Torino

La stranezza che ho nella testa (Einaudi), il nuovo romanzo di Orhan Pamuk, è una storia di personaggi poveri. Un viaggio dall'Anatolia a Istanbul, città tanto cara all'autore turco.

Con questa precisazione comincia la serata torinese al Teatro Carignano. Dopo ventidue anni Torino ha ospitato nuovamente Orhan Pamuk, premio Nobel alla Letteratura del 2006, in questa occasione affiancato da Alessandro Baricco e Ernesto Franco


Istanbul è una città invisibile legata a un concetto profondo di spiritualità, una città diversa da quella già scritta in precedenti lavori assicura Pamuk. Prima c'era melanconia, un senso di sconfitta, di perdita e solo con questo nuovo romanzo troviamo un sentimento nuovo di crescita. C'è il segno spirituale lasciato dalla metropoli sull'autore il quale coincide con quella strana stranezza nascosta nella "testa".

La mia disciplina è quella di scrivere romanzi che sembrino scritti di volta in volta da uno scrittore diverso. Ogni narrazione deve possedere una molteplicità di talenti e il più importante è quello dell'identificazione. Bisogna identificarsi in colui che non è. Uno sforzo che richiede fantasia, empatia e compassione.

Lo sguardo di Pamuk è indagatore. Un romanziere visivo legato all'atto di scattare una foto per fermare i ricordi che si fanno sfocati. La sua collezione di ventimila fotografie è la dimostrazione della paura di essere dimenticati e dimenticare. 

Nella Istanbul della mia infanzia la fotografia era per i ricchi, non a caso l'ultimo romanzo è una storia di un venditore ambulante.
Ho dovuto fare molte interviste alla gente più comune, la stessa gente se non ha paura delle conseguenze politiche è disposta a parlare. Ho raccolto moltissime storie e mi sono divertito.

Ogni giovane scrittore vuole essere moderno, diceva Borges. Pamuk non ha voluto fare il romanzo post-moderno era più vicino al romanzo classico e nei sei anni di stesura ha deciso di stravolgere il testo, ormai primo di autenticità, giocando con la narrazione a più voci.

Le sue voci sono profonde, lasciano dei segni al loro passaggio, hanno il desiderio di preservare i dettagli.

Sono un artista fallito. Gli oggetti sono circondati da una sorta di aura che ci riconduce a ciò che abbiamo visto. Leggere vuol dire vivere la nostra vicenda per immagini. L'arte del romanzo è uniarte visiva e ogni romanziere vero è un collezionista di oggetti. Io scrivo per conservare le cose.

La stranezza che ho nella testa è l'ennesimo tassello di una produzione raffinata. Un viaggio in una terra politicamente difficile e in continua evoluzione. La speranza di Pamuk è quella di riuscir a sopravvivere e i suoi romanzi riusciranno in questo.

Alla prossima

2 commenti:

  1. Ho visto questo libro proprio stamattina in libreria, le tue parole mi hanno incuriosita anche perché non ho letto nulla di Orhan Pamuk. Buona lettura :)

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  2. Ho visto questo libro proprio stamattina in libreria, le tue parole mi hanno incuriosita anche perché non ho letto nulla di Orhan Pamuk. Buona lettura :)

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