domenica 11 ottobre 2015

Fatima Bhutto: Credo che il romanzo sia un genere più compassionevole #LeInterviste

Qualche anno fa, mi trovai tra le mani un libro estremamente intenso, legato alla letteratura orientale contemporanea (per me all'epoca quasi sconosciuta), rimanendone turbato e segnato.
L'Ombra della luna crescente di Fatima Bhutto (Cavallo Di Ferro) aveva saputo guidarmi nel Pakistan odierno, tra i suoi conflitti religiosi e la sua delicatissima condizione politica.
Il libro (uscito nel 2013), ha avuto poca diffusione in Italia, ma cela tra le sue pagine la maestria di un'autrice coraggiosa, nipote di Ali Bhutto, ex-presidente del Pakistan assassinato in seguito a un colpo di Stato. Vi ripropongo QUI una breve recensione e di seguito la chiacchierata che Fatima Bhutto mi ha concesso. 
  

L’Ombra della luna crescente è un romanzo sorprendente. Un libro che credo nasca da un percorso compositivo abbastanza lungo. Perché l’esigenza di scrivere un romanzo dopo il saggio “Canzoni di sangue. Ricordi di una figlia”? Qual è stato il più difficile da scrivere?
Ho sempre amato i romanzi e ho iniziato a scrivere “L’ombra della luna crescente” prima che “Canzoni di sangue. Ricordi di una figlia” (Garzanti) fosse pubblicato. È stato molto più difficile che scrivere un saggio, quasi come imparare una nuova lingua perché le regole sono diverse, la struttura, il modo in cui segui i tuoi personaggi. È stato anche molto liberatorio. Credo che il romanzo sia un genere più compassionevole.

La struttura  usata  è molto vicina al romanzo thriller. Il lettore è curioso di sapere quali siano gli eventi successivi e si lega alla trama. Ma lei riesce a sorprenderci intersecando a questa struttura tematiche molto delicate. In questo modo i lettore rimane sorpreso. La trama non conta nulla. Come mai questa scelta?
Ho pensato molto al tempo durante la scrittura. Il tempo nel nostro paese scorre in maniera differente rispetto al mondo occidentale, è un continuo dipanarsi, è un viaggio.



Personaggi che fanno scelte molto difficili. Aman Erum, Sikandar e Hayat, tre fratelli che prendono tre strade diverse. Ma cosa li unisce?
L'ombra di vivere in un paese segnato dalla violenza e dalla paura. Tutti sono marchiati, nessuno è libero dal pregiudizio. Non penso che la paura sia così importante nei personaggi, perché siamo spaventati, è un sentimento umano, primordiale. È come rispondiamo alla paura, come la osserviamo, che ci fa segnare in qualche modo.

Le radici sono molto importanti. Devono essere tramandate, devono avere funzione formativa. Quanto hanno inciso le sue durante la stesura?
Influiscono sul tipo di persone sulle quali sono curiosa di scrivere, coloro le cui voci non sono ascoltate, coloro che vivono nelle periferie, i deboli…

Chiave del romanzo sono a mio avviso le figure femminili. Figure coraggiose e decise. Sono quelle che permettono il cambiamento. Come mai proprio la donna?
Perché questo è quello che sono le donne nell’Asia meridionale - sono guerriere. Combattono contro enormi problemi, senza nessuna protezione, ne dalla legge o dallo stato e spesso neppure dalle loro comunità, ma lo fanno con un grande senso di appartenenza, di giustizia, di armonia. Ma al di fuori dell'Asia si vede una sola immagine delle donne dalla nostra parte del mondo – donne deboli, sottomesse, oppresse. Noi non parliamo di coraggio,  compassione, del dover lottare continuamente contro l'ingiustizia. Penso però che sia giunto il momento di iniziare.

Uno dei suoi personaggi ad un certo punto decide di allontanarsi dalla sua terra. Avviene il distacco. Ma quanto può essere positivo per la tradizione, le radici e la formazione di ogni singolo individuo?
Non può essere giudicata da nessuno se non dagli individui. Credo che le frontiere nel mondo iper-connesso di oggi sono assurde, non hanno senso. Perchè limitiamo il fluire di persone,  idee e culture? L'appartenenza è qualcosa con cui tutti i personaggi lottano. Alcuni interpretano l’appartenenza come radici, altri hanno l'appartenenza della memoria, del cuore e penso che ognuno debba scegliere che tipo di appartenenza ricercare.

Decisioni, politica e violenza sono caratterizzati da una costante comune: l’estremismo. Quanto può essere dannoso questo fenomeno?
È molto dannoso. Qualsiasi idea rigida lo è. Qualsiasi convinzione che escluda invece di incoraggiare i legami con gli altri è destinata ad essere estremamente dannosa.

Quali sono le penne che l’hanno ispirata? Le penne che sono diventati dei maestri per lei.
Damon Galgut, Hector Abad, Joan Didion sono i miei preferiti. Ma ho imparato da tutto quello che ho letto, è la bellezza dei libri. Amo moltissimo anche i poeti - Agha Shahid Ali e Nizar Qabbani in particolare.

La paura è un tema centrale del libro. Qual è invece la sua?
Dipende dal momento. In questi giorni ho molta paura per il Pakistan e per la direzione che sta prendendo...


L'intervista (non revisionata) è stata pubblicata su Yoobookers.it
Alla Prossima

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