domenica 16 marzo 2014

Philipp Meyer presenta "Il Figlio"@ Circolo dei lettori di Torino

Philipp Meyer torna in Italia con "Il Figlio" edito Einauidi. Torna a distanza di anni dopo il suo Ruggine Americana, romanzo di esordio che in qualche modo mi aveva fatto vivere le difficoltà della Pennsylvania. Mi aveva fatto conoscere, nonostante qualche sbavatura, personaggi vivi. Personaggi Veri. Contesti crudi e onesti.

Arriva “Il Figlio” e arriva anche l’autore per la prima volta in Italia ospite del Circolo dei Lettori di Torino.

Il nuovo romanzo è diverso, lo si percepisce dalla prima pagina. È carico. Ha potenziale. Meyer è passato in sei anni da una storia di amicizia, di amore e di difficoltà, a un testo che è un concentrato di tematiche, di ricerche e personaggi. Potremmo paragonarlo alle grandi saghe familiari senza osare, senza commettere nessun errore.

Texas. È la storia della famiglia McCullough che parte dall’Ottocento per finire ai giorni nostri. Molti sono i personaggi che conosceremo attraverso gli occhi di tre voci narranti. Tre voci legate dal sangue: Eli, il colonnello, una sorta di patriarca allevato dagli indiani. Suo figlio Peter e la sua nipotina Joanne. Le pianure Texane, i Comanche, i messicani. Culture diverse che si incontrano facendo scaturire sangue e violenza.

Perché i Comanche, come mai questo interessamento per gli indiani?
Meyer afferma che la storia degli Stati Uniti è decisamente più giovane, è fatta di esportatori e autosufficienza. L’intento è poter tornare a essere come il primo uomo, come gli indiani, è quello che sogna ogni ragazzino americano. Gli indiani non sono solo fascinazione ma sono stati il pretesto per trovare un indice al romanzo.

I contrasti sono molti. C’è però un parallelismo tra violenza indiana e diritto di appropriazione dei bianchi.
Il dovere dello scrittore è quello di dire la verità“ Meyer è diretto in questo.
Dice di aver fatto moltissima ricerca, soprattutto di tipo pratico e non solo teorico. Ha riscontrato la presenza di questi due miti nonostante la gente sia uguale in ogni dove. I documenti parlano. Gli stessi documenti che ha consultato e che fanno parte della branca delle descrizioni storiografiche dei bianchi, che d’altronde hanno vinto la guerra presentano quindi descrizioni nascoste. 


“Bisogna capire la violenza. A noi piace fare la guerra. Bisogna ammetterlo.”


Per i personaggi, ci sono state ispirazioni?
Si, senza dubbio. L’ispirazione è arrivata da un’ereditiera texana il cui padre era morto in un incidente aereo. Lei è diventata la base per il personaggio di Joanne.

Mi sono documentato sulle condizione delle donne in quell’area specifica degli USA che mi interessava e mi sono chiesto cosa dovesse avere una donna per superare e affrontare questo clima.

Ricerche strane, singolari. L’invito è quello di approfondire.
La frase che viene pronunciata subito dopo lascia di stucco: “ho letto 350 libri solo per scrivere il romanzo”. Trattasi di libri di non-fiction, libri consultati esclusivamente per la documentazione.

"Quando dovevo parlare di una pianta particolare, 20 libri erano dedicati esclusivamente ad essa. E così è stato per i processi di lavorazione della pelle e delle tradizioni di questa gente. Quando ho fatto ricerca su nativi ho letto una cinquantina di libri per poi scoprire che erano stati scritti da accademici su quali purtroppo non bastava soffermarsi. Le volte ne sanno veramente poco, quindi ho dovuto approfondire ancora."

"Per capire aspetti pregnanti della violenza e della cultura che volevo raccontare mi sono iscritto a gruppi che simulano la guerra. Adrenalina e paura."

"Per capire la questione dei bufali del 1870, ho cacciato cervi, ho sentito il loro odore e mi sono recato in un ranch per provare cosa significasse macellare un animale."

Ma lo scrittore non si deve fermare a questo. Per descrivere il sapore del sangue doveva provarlo. Meyer lo ha fatto. Sangue di mucca. Carne di mucca cruda. Mangiata e bevuta.
No, non fa ribrezzo. Accantonatelo e provate a leggere quelle descrizioni, sono vive. Necessarie. Lui non scrive di qualcosa che immagina, lui è uno dei pochi che scrive di qualcosa che conosce. E anche solo per questo The Son merita di essere letto. 

Vi lascio anche un video-recensione più approfondita:



                                                                        L'articolo originale (non revisionato) è stato pubblicato su Yoobookers.it
Alla Prossima
Andrea

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