mercoledì 19 settembre 2018

La perfezione del tiro. Il cecchino di Mathias Énard

Fu Stephen King ad avvicinarmi per la prima volta alla preparazione del tiro impeccabile. Lo fece con "L'acchiappasogni", secondo i lettori più accaniti uno dei suoi libri meno riusciti, ma proprio tra quelle pagine mi immedesimai con fare sorpreso nella preparazione di un vero tiro di fucile. Ricordo la neve e un albero sul quale era nascosto il mio sguardo alla spasmodica ricerca di un cervo. Ricordo sopratutto la concentrazione necessaria per sentirsi parte stessa dell'arma e del mondo che ti circonda. In quel momento capì che non bastava tirare un grilletto, capì anche come c'erano alcuni alieni felici di nascere sfruttando la nostra cavità rettale ma quella vi assicurò che è proprio un'altra storia.

Al momento ci interessa il tiro, quel gesto così complesso preso a cuore anche dal protagonista de La perfezione del tiro, l'ultimo lavoro di Mathias Énard pubblicato in Italia da Edizioni e/o.



Potremmo spendere tante parole su Énard, dovendo però avere la consapevolezza che non possano bastare per descrivere uno degli autori europei più importanti della nostra contemporaneità. Francese di nascita ma cittadino del mondo, sempre diretto verso nuove mete, così come le sue storie: dalla Russia alla Spagna passando per generi diversi senza mai perdere uno sguardo letterario profondo e originale.

È la voce di un cecchino a guidare questa vicenda di conflitto durante un imprecisato e costante scontro mediorientale. Una prima persona onesta, quella di un uomo, dei suoi tetti e del suo famelico fucile.

L’impatto, la realtà del sangue, i pochi secondi di morte, di vita in cui tutto si confonde, ecco cos’è importante. Poco conta come lo ottieni. La maggior parte di quelli che ho ucciso hanno vissuto solo nei tre secondi in cui li ho guardati. Sono fantasmi, personaggi, maschere incapaci di vedere. Li guardo e li faccio vivere, li uccido e li animo. È una contraddizione, qualcosa che non afferro del tutto nemmeno io. Ma andrò fino in fondo.

domenica 16 settembre 2018

Il pittore fulminato di César Aira

César Aira mi era sempre stato presentato come un eccentrico, come uno di quegli scrittori dai quali non puoi sapere cosa aspettarti. L'amore per questo tipo di autori mi ha spinto negli anni a recuperare diversi suoi titoli e per capire di che pasta fosse fatto questo bizzarro personaggio argentino sono partito da Il pittore fulminato, il suo ultimo lavoro edito in Italia da Fazi.

Aira è considerato uno degli autori sud americani più influenti del nostro tempo così diceva un certo Roberto Bolaño, così come continua a sostenere anche Patti Smith. Lettori diversi uniti dalla stessa passione per la letteratura di un certo tipo e per l'arte.



Dall'arte parte anche questa vicenda, da due pittori per l'esattezza. Johann Moritz Rugendas, pittore di viaggio ottocentesco discendente da una famiglia di artisti dedita alle rappresentazioni di guerra, lavora seguendo ed esplorando il metodo della fisiognomica della natura di Alexander Von Humboldt, accompagnato dal fidato amico-pittore Krause. Nel suo viaggio tra le Ande e la Pampa argentina verrà colpito da un fulmine che scarica tutta l'energia sul suo cavallo e su di lui, sfigurandone il volto e privandolo di ogni connotato umano.

Un uomo sfigurato, mutato nel suo metodo di lavoro e nel suo sguardo sul mondo, rifletterà sul cambiamento, sui cicli di questo. Aira sembra suggerirci come la trasformazione non si realizzi nel ciclo temporale ma in quello del significato. Così una semplice storia di pellegrinaggio diventerà un'esperienza di profonde visioni, di contorni fantasmatici e di realtà fallibili.

giovedì 30 agosto 2018

La grande Russia portatile di Paolo Nori

C'era quel pensiero che io avevo da molto, da quando anni fa avevo cominciato a leggere Paolo Nori. Io me lo ero sempre chiesto perché Paolo Nori nel suo parlare sempre di Russia -nelle sue storie o nei suoi incontri-, proprio di letteratura russa, delle traduzioni dal russo, un libro vero e proprio sulla Russia non lo avesse mai scritto. Io me lo sono sempre chiesto perché questo libro non arrivasse, così era più o meno quel pensiero.

Ora è arrivato per Salani Editore e si chiama La grande Russia portatile e c'è sì la Russia, proprio la protagonista di quel pensiero, ed è stata pensata anche in una forma portatile.




"Questo libro viene un po' fuori dall'idea che sarebbe forse sensato fare un libro composto da racconti semplicissimi che raccontano le cose che sono successe a uno straniero posseduto dalla letteratura e dalla cultura russa, e i giri e le avventure, e le guerre che ha visto e vissuto, e percorso in virtù di questa possessione, e quello straniero sono io e questo libro parla dei miei trent'anni di commerci con la Russia (...)".

Definire la forma di questo libro non è un compito così immediato. Non è né una guida di viaggio né un saggio critico sull'atavico e ferreo spirito russo, che poi a pensarci bene, per dare un'idea ai più, basterebbe semplicemente dire che si tratta di un libro di Paolo Nori.

Potreste anche non conoscere Nori (non mi sento di escludere questa opzione) ma vuole il caso che tra le pagine di quest'ultimo lavoro sia lui stesso a raccontarsi attraverso alcuni dei suoi libri e diverse vicende private: dall'innamoramento verso la lingua russa passando per i primi viaggi verso quella terra così grande e fedele al suo passato. Nel mezzo le storie degli altri, scrittori e amici di vecchia data, tutti da unire seguendo un racconto sempre personale e mai scontato.

domenica 19 agosto 2018

Giusi Marchetta: Dobbiamo avere il diritto di raccontarci la nostra vita. #LeInterviste

Quando incontrai per la prima volta Giusi Marchetta non sapevo del suo essere scrittrice. Ricordo un’edizione del Salone del libro di Torino -forse il 2012- in cui con fare sornione stalkeravo Paolo Cognetti, lui lontano anni luce dal suo Strega, io ancora troppo inesperto e Giusi pronta per moderare la presentazione.

Rimasi colpito dalla sua capacità di far parlare storie lontane, dall’analizzare in maniera lucida qualsiasi tipo di aspetto letterario e non, restituito con autenticità. Riuscì a trattenere un ricordo più che positivo e da quel momento,
condividendo la stessa città, ogni evento al quale partecipava quella voce così appassionata diventò sinonimo di qualità. 

Gli anni sono passati, così come i lavori pubblicati, senza che io per qualche strano motivo mi decidessi ad approfondire, di capire cosa avesse da offrire quella lettrice onnivora sulle sue pagine.

Esce quest’anno Dove sei stata (edito Rizzoli) e decido di leggerlo.

La Reggia di Caserta sullo sfondo e Mario -un uomo con un passato piuttosto articolato alle spalle- di ritorno verso i boschi della sua infanzia, gli stessi dai quali è andata via la madre, capaci di svelare le risposte utili al futuro. Questa la premessa.

Parte da qui questa chiacchierata, dall'incontro di un lettore e di quell'autrice che per poca lungimiranza del sottoscritto rischiava di mostrarsi a metà. Obbligatorio quindi questo ritratto capace di ricordarmi come questa penna l’avessi sempre avuta così vicino. 





Dalle origini a Dove sei stata. Qual è stato il tuo percorso? 


Ho cominciato con i racconti, Dai un bacio a chi vuoi tu è il libro con il quale ho vinto il Premio Calvino. Ho cominciato a scriverli a Napoli mentre frequentavo il laboratorio di Antonella Cilento. Allora lavoravo prevalentemente sulla forma racconto. Credo siano una cosa straordinaria: i racconti ti danno la dimensione di cosa significa lavorare sulla scrittura.

Su consiglio della Cilento ho mandato il mio libro al Calvino e ho poi lavorato a un altro libro di racconti (Napoli ore 11) nel quale credo ci sia la storia migliore che abbia mai scritto. Grazie a Davide Musso di Terre di Mezzo sono finita in un corredo di buonissime scrittrici pubblicate da questo editore. Non lo dimenticherò mai.

Dopo mi sono trasferita a Torino per insegnare e, avendo avuto un’esperienza drammatica con un ragazzo autistico, ho scritto L’iguana non vuole. Era un anno di grande sofferenze, di cambiamento e la scrittura mi sembrava il modo più normale per scavare e non liberarsene mai più. Quell'anno si presentò Michele Rossi di Rizzoli chiedendomi se avevo una storia e così mi dedicai al mio primo romanzo.

E Lettori si cresce

domenica 29 luglio 2018

Omar Di Monopoli: Accettare il caos che mi circonda, la mia sfida quotidiana #LeInterviste

Nella Puglia di Omar Di Monopoli c'è questo luogo fittizio che si chiama Languore. Una cittadina situata nel cuore del Salento che cuore non ha più, lontana dall'essere abitata da buoni sentimenti è un concentrato di brutalità, prostrazione e debolezza.

Queste alcune delle premesse della riedizione targata Adelphi di Uomini e Cani, libro con alle spalle più di una decina di anni, ma simbolo di un lavoro preciso verso questo autore da parte di uno dei marchi più prestigiosi del nostro panorama editoriale.

Un recupero, una storia rimaneggiata dal passato con la quale rispecchiarsi anche oggi attraverso un confronto spietato costruito con chi ha da sempre avuto un occhio attento al racconto del Sud. Tra l'umano e il bestiale abbiamo parlato di lingua, morte, ferocia e gotico meridionale.

© Annagiulia Bartolozzi

Uomini e cani è una storia di rabbia, di limiti, di scoperte e segreti. Tutto questo viene veicolato da una lingua a metà tra l’italiano e il dialetto. Dove finisce una forma e dove comincia l’altra? Qual è il grado massimo di contaminazione di fronte al quale l’autore deve necessariamente fermarsi?

Non credo vi sia un limite definito, o definibile. Ho l’impressione che ogni autore trovi una sua misura, un suo passo. Anche perché se il confine è la comprensibilità allora buona parte della letteratura contemporanea sarebbe pronta per il macero. Più che altro immagino che l’orizzonte da tenere sempre presente sia la funzionalità della lingua, la ragione più profonda dell’utilizzo di questo o quel registro. Se il vernacolo è presente esclusivamente per colorire la pagina, diventa un orpello buono a stupire il lettore, e quindi direi che non va bene. In Uomini e cani – così come in tutti i miei romanzi – la forma “dialettizzante” cui ricorro è una scelta stilistica fatta a monte perché i protagonisti delle mie storie sono spesso bifolchi e criminali straccioni, non possono pertanto che parlare in un certo modo. Poi però su quel registro c’è tutto un lavoro di innesto di una lingua aulica, da alcuni definita “iperstile” e che a me piace pensare come una variante espressionista ed iperbolica di un certo incedere biblico, lirico, che sin dapprincipio ha connotato la mia cifra (anche a dispetto di qualche critica) e che è una mutazione personalizzata dei modelli letterari sui quali mi sono formato.

Mi sono confrontato con una lingua identitaria, la stessa identità messa in discussione e cercata da ogni tuo personaggio. La strada da te dipinta per arrivare alla definizione di questa sembra inevitabilmente tortuosa. È sempre così difficile rapportarsi con le nostre radici e come è stato per te?

mercoledì 4 luglio 2018

Da grande di Jami Attenberg

Jami Attenberg appartiene a quel gruppo di scrittori americani che hanno da sempre raccontato di sentimenti universali attraverso un filtro culturale, in questo caso strettamente legato alla cultura ebraica. Da Malamud, a Roth passando per Cynthia Ozick o Grace Paley, parliamo di una letteratura immersa in innumerevoli contesti, classi sociali e dinamiche sempre diverse.

Dopo essersi fatta scoprire prima con I Middlestein e in seguito riconfermatasi con Santa Mazie, torna con Da Grande, l'ultimo romanzo pubblicato -come vuole la tradizione tutta italiana- dai tipi di Giuntina.



All'età adulta Andrea Bern ci è arrivata da un pezzo, dopo esperienze più o meno traumatiche è riuscita a raggiungere il traguardo della maturità pur non accorgendosene completamente.

Una donna con un passato per niente trascurabile, con le proprie responsabilità, sempre alla ricerca di sbarcare il lunario della vita e degli affetti.
Siamo di fronte a una dinamica sicuramente attraversata da tutti noi, quella di quando gli anni passano e, contro la nostra volontà, tutto attorno comincia a cambiare: affetti che scompaiono, passioni che per mancanza di tempo non possono essere coltivate con la giusta cura e la continua lotta con il costante e frenetico scorrere del tempo, quello che sembra non bastare mai alla fine di ogni giornata.

domenica 24 giugno 2018

La Scatola di Lemarchand. Raccontare Clive Barker.

Erano gli anni delle superiori -non posso sbagliare-, guardando in retrospettiva tutto il mio percorso di letture, mi sarei potuto definire un lettore prevalentemente di genere e tra i vari nomi usati come vero e proprio amuleto, come manifesto del fantastico, non poteva mancare Clive Barker.

Ricordo l'emozione dopo l'aver scoperto uno scrittore così lontano da qualsiasi cosa mi fosse capitata a tiro, una voce al tempo stesso -con mia grande sorpresa- così dimenticata nel nostro paese.



Passano gli anni e Barker diventa una delle mie coperte di Linus, una sorta di nome da centellinare e verso il quale ritornare ogni volta avessi avuto voglia di toccare una letteratura scomoda ma confortante. Pagine e pagine macinate e libri su libri introvabili cercati tra mercatini e il meraviglioso mondo dell'internet. Anni nei quali quella penna diventata ormai modello, riuscì a consolidarsi, a convincermi in ogni sua forma mentre la sua diffusione non faceva molti miglioramenti.

In seguito mi resi conto di quanto il suo universo complesso fosse molto immediato da raccontare e nel farlo trovai, agli albori dei primi social, diverse persone altrettanto scottate e appassionate. Mi resi conto come quel tipo di orrore, in un momento in cui era visto con diffidenza da una grande fetta di lettori, dovesse essere raccontato.

Articoli, video dedicati e un gruppo Facebook a tema: CLIVE BARKER - Italia. Un luogo per riunire una piccola comunità di fedeli, tenerci aggiornati sulle letture e le news dedicate al nostro. Questo quanto successo negli ultimi anni di consigli appassionati pronti ad abbracciare soprattutto nuovi lettori lontani da questo autore.

domenica 17 giugno 2018

Progetto Stigma, tra Èpos e prigioni. Intervista a Marco Galli #LeInterviste

Un qualcosa come il Progetto Stigma in Italia non è mai esistito.

Ho preso coscienza di questo dettaglio quando in occasione dell’ultima edizione del Salone del Libro di Torino ho incontrato Marco Galli allo stand Eris Edizioni. Ad accompagnare il sottoscritto Una banda di Cefali, Emozioni in Font, Il Lunedì dei Libri e Carla Gambale di tararabundidee, tutti pronti ad approfondire e sviscerare il suo Èpos, il primo graphic novel targato Stigma, la prima uscita di un progetto sicuramente meritevole di attenzione.



MG: Dentro Stigma ci sono diversi autori che si autogestiscono, su tutti i lavori c’è un approccio di gruppo dove si parla di ogni aspetto del libro. L’autore ha poi l’ultima parola prima della pubblicazione, per cui anche se AkaB, la figura che si occupa dell’editing e fa da collante, mi suggerisse ad esempio di cambiare copertina io ho comunque il diritto di declinare, se sono davvero convinto della mia scelta.
È un collettivo anomalo, siamo tutti autori professionisti a parte qualche giovane esordiente, abbiamo libri alle spalle pubblicati da case editrici importanti, italiane e estere (per esempio Alberto Ponticelli, che ha lavorato con Marvel e DC). Non siamo un collettivo alle prime armi e proprio per questo aspetto, fare anche l’editing su noi stessi, in modo un po’ arrogante, ci sembra una cosa normale. Quell'arroganza è per noi indice di libertà.

Abbiamo anche un gruppo chiamato Dummy con il quale era uscito Le 5 fasi, un libro pubblicato per Edizioni BD. Un lavoro sulle cinque fasi del dolore nell'elaborazione del lutto, ci lavorarono in sei di noi: AkaB, Ponticelli, Squaz, Angri, Officina infernale e Ausonia, alla grafica. In verità nel gruppo Dummy siamo in nove e da anni si parlava di fare un qualcosa come Stigma, fino a quanto AkaB -circa un anno fa- si è svegliato una mattina e ha pensato: lo faccio io!
L'idea è quella di fare quattro libri all'anno e la nostra copertura, la nostra programmazione, arriva al momento fino a 2022. Ci siamo poi appoggiati ad Eris perché sono una delle migliori realtà italiane legate al fumetto, troviamo in loro un supporto logistico e ci siamo affiancati nella battaglia per far arrivare i nostri libri in libreria. Abbiamo quindi una casa editrice che ospita un’altra casa editrice al suo interno gestendo anche le nostre formule di pre-order (che danno diritto ad avere un albo supplementare).

U
na cosa simile la fece Moebius negli anni settanta, in Francia, creando insieme ad altri Les Humanoïdes Associés, sfociato poi nella rivista Metal Hurlant un collettivo che rivoluzionò il mondo del fumetto. Noi non abbiamo queste ambizioni ma sappiamo di aver portato qualcosa di nuovo in Italia. Cercheremo inoltre di fare una rivista annuale seguita da altri progetti, nostra intenzione restava e resta comunque il mettere l’autore al centro di tutto e, per dire, in fase di pre-ordine l’autore prende il 30% del ricavato. Funziona un po’ come un anticipo, ma è ovvio che devi vendere un buon numero di copie. Al momento non si parla ancora di numeri incredibili ma siamo un anomalia nel mercato dei fumetti, dobbiamo essere digeriti e comunque le vendite hanno superato abbondantemente le nostre aspettative: abbiamo cominciato a fare rumore!

A noi interessano libri che non hanno molti compromessi. Chiamateci collettivo ma siamo casa editrice.

Cefali: Il tuo è stato il primo volume di Stigma, potremmo dire che ha fatto un po’ la cavia. Come mai questa decisione? È stata una scelta collettiva o ci sono state delle votazioni?

venerdì 18 maggio 2018

La Splendente e il fascino del mito di Cesare Sinatti #LeInterviste

Cesare Sinatti è un giovane autore appassionato di mitologia e filosofia. Dopo aver vinto l'edizione 2016 del Premio Calvino ha pubblicato La Splendente (Feltrinelli), il suo primo romanzo, il suo esordio legato all'Iliade.

Trattare di un argomento come quello del mito, mettersi in contatto con una serie di storie così ataviche non è per niente facile ma fidandomi delle proposte lanciate da questa realtà tutta torinese ho deciso di immergermi in una delle vicende più antiche di sempre, raccontata in questo caso attraverso diverse varianti.



Un'esperienza felice di domande universali e sentimenti profondi mi ha portato a voler incontrare Sinatti per discutere diversi aspetti di questo libro: dalla genesi di una storia ambiziosa, passando per il processo di pubblicazione di un esordio fino al cuore del romanzo.

Come mai hai deciso di candidarti al Premio Calvino? Raccontami questa esperienza.

Il Premio Calvino è una delle prime cose che salta fuori se vuoi pubblicare un libro. Per un esordiente che si interessa 
un pochino al come farsi pubblicare, il Premio è un’istituzione, una delle prime cose a cui si fa riferimento.
L’aspetto più interessante del Calvino è quello di ricevere una sorta di feedback. Io volevo un parere su quello che avevo scritto, avevo finito il romanzo e avevo ultimato gli ultimi aspetti prima della scadenza della partecipazione, era l’ultimo anno che potevo avere lo sconto under 25 e mi sono infilato. 
Dopo c’è stata la chiamata dei finalisti e la finale piena di emozioni perché fino all'ultimo non si sa il nome del vincitore. È stata una grande esperienza piena di incontri e conclusa con la pubblicazione che non mi aspettavo.

E il passaggio a Feltrinelli?

Durante la premiazione ci sono molti editori partecipanti, Feltrinelli aveva letto il mio romanzo e siccome era per loro un’opera valida ci siamo messi in contatto.

Una volta selezionato come e quanto hai lavorato sul testo? 

In realtà secondo loro il libro era un testo molto pulito, c’è stato editing ma per nulla pesante. Non nascondo di essere stato preoccupato per questo aspetto siccome i libri a volte vengono pesantemente rimaneggiati soprattutto quando uno è agli inizi. Nel mio caso l’editing è stato molto puntuale soprattutto su alcuni capitoli e io ho potuto sempre dire la mia, partecipando in maniera attiva. Così facendo il libro è rimasto lo stesso testo che ho presentato al Calvino ma migliorato.

Quando leggevo il romanzo ho più volte pensato: sto leggendo una bella riscrittura. Possiamo definire La Splendente come tale? 

Non lo so dipende da cosa pensiamo che io stia riscrivendo. Ho un modo molto spicciolo per descrivere il libro, dico che è un libro sull'Iliade, ovviamente l’Iliade racconta un episodio localizzato. Io ho esteso tutto parlando di altri miti con l’intenzione di raccontarli, in realtà credo di non aver fatto un’operazione molto diversa da quelle che sono state fatte nel mito e nella storia. 

C’è infatti uno scheletro di storie condivise -quelle del mito greco- e poi ogni autore nel corso della storia ha aggiunto il suo. Carattere del personaggio, collegamento con una certa situazione storica, collegamento con una certa cultura. Io volevo fare questa operazione qui.

domenica 6 maggio 2018

Ritorno a Port William. I primi viaggi di Andy Catlett.

Ho parlato molte volte di Wendell Berry, di quell'anziano autore americano del Kentucky definito da molti il contadino pazzo. Diventato una delle voci più rappresentative della collana dei Senza Frontiere di Edizioni Lindau, dopo avermi più volte conquistato nel corso degli ultimi anni, è ritornato tra le mie mani con I primi viaggi di Andy Catlett.

Cambia nuovamente il punto di vista per quest'ultima vicenda ma Port William, la città rurale immaginata da Berry, lo sfondo di ogni sua storia rimane sempre lo stesso, proprio come lo ricordavo.



Di libro in libro sono stato spontaneamente abituato a ritornare tra quelle strade che ormai conosco bene, tra tutti i cognomi di quei nuclei familiari rasserenanti, seguendo una vicenda sempre diversa raccontata da un punto di vista sempre inedito.

Questa è stata la volta del piccolo Andy, anche lui come il sottoscritto di ritorno a Port William, lui per ritrovare i nonni e intraprendere il suo primo viaggio da ometto, io per accompagnarlo nel silenzio della natura.

È l'America rurale del 1943 e anche questa volta Berry muove sullo sfondo la Storia di tutti filtrandola attraverso lo sguardo del microcosmo, del piccolo paesino e di come questo attraversi i grandi eventi. Qui c'è la gente, dai genitori agli stessi nonni di Andy, che ha già resistito alla crisi del '29 e nulla può sprecare in una dimensione che si avvia verso la modernità. La guerra si muove e c'è il rischio di vedere un futuro pieno di ruderi sempre meno comprensibili.

La guerra aveva cambiato tutto. Stava cambiando il mondo, e anche noi.

venerdì 27 aprile 2018

Aspettando il Salone del Libro 2018 #SalTo18

Dopo la sentitissima trentesima edizione del Salone del libro di Torino si apre la seconda prova per Nicola Lagioia e la sua squadra. Un giorno, tutto questo è il titolo di una manifestazione anche quest'anno ricca di ospiti e di un'idea culturale solida e ben precisa. Dal 10 al 14 Maggio sarà nuovamente Torino ad essere la protagonista, il luogo di confronto nel quale un numero molto alto di ospiti internazionali e non verrà a portare il loro racconto.



Anche quest'anno una selezione del meglio secondo il sottoscritto, una scrematura minuziosa dei migliori eventi della manifestazione. Carta alla mano non vi rimane che costruire il vostro salone.

Mercoledì 9
Pre-Salone
19.30 Paolo Cognetti (Einaudi) @OGR

Giovedì 10 

11.00 Javier Cercas (Guanda)
16.30 Giusi Marchetta (Rizzoli)
16.30 Yewande Omotoso (66thand2nd)

SaloneOFF
18.45 
Francisco Ovando (Edicola Ediciones) @Libreria Trebisonda 
19.30 Italian Horror Story con Claudio Marinaccio (Miraggi) @Circolo B-locale
19.45 Patricio Pron (gran vìa) @Libreria Trebisonda 

20.00 Yewande Omotoso (66thand2nd) @Libreria Pantaleon

Javier Cercas, Yewande Omotoso & Francisco Ovando






Venerdì 11
10.30 Carlos Reyes & Rodrigo Elgueta (Edicola Ediciones)

11.30 Marco Peano (L'Orma Editore)
12.30 Sergij Žadan (Voland)
13.00 Patricio Pron (gran vìa) 
13.30 Vanni Santoni (Mondadori)
13.30 Leonardo Colombati (Mondadori)
13.30 Roddy Doyle (Guanda)
14.00 Paolo Nori (marcos y marcos)
14.30 Michele Orti Manara (Racconti Edizioni)
15.00 Guillermo Arriaga (Bompiani)
16.00 Omar Robert Hamilton (Guanda)
16.00 Alicia Giménez-Bartlett (Sellerio) 
16.30 Cesare Sinatti (Feltrinelli)
17.00 Niccolò Ammaniti (Einaudi)
17.30 Gianfranco Di Fiore (66thand2nd)

venerdì 13 aprile 2018

TINTAS. 13 storie di fermento cileno.

Roberto Bolaño, il più famoso scrittore cileno degli ultimi 30 anni, scrisse di come l'America Latina fosse il manicomio d'Europa così come gli Stati Uniti ne erano stati la fabbrica, un manicomio che stava ancora bruciando nel proprio carbone. Tanti anni sono passati da quell'affermazione e la situazione di quella schizofrenia, almeno sotto una prospettiva letteraria, è sicuramente evoluta. Guardare oggi il Sud America significa infatti vedere nuove generazioni di scrittori animate dallo stesso identico fuoco a cui forse faceva riferimento Bolaño.

A questa supposizione sono arrivato leggendo Tintas, la raccolta di 13 racconti dal Cile curata da Maria Cristina Secci e pubblicata da gran vía.



L'intenzione di racchiudere in un libro le storie di alcuni degli autori cileni più promettenti e consolidati della nostra contemporaneità acquista un senso nel momento in cui, come forse i più attenti osservatori del panorama letterario del sud sapranno, proprio il Cile risulta essere un dei paesi più ferventi.

Lecito chiedersi cosa racconti oggi questo paese, cosa abbiano in comune tutte queste voci e cosa possa significare approcciarsi a questi racconti.

Mi sono sempre fatto un'idea di questa letteratura come di un qualcosa legata al frenetico scorrere della storia e ai sentimenti che la poesia ha da sempre raccontato. Gli autori di Tintas manifestano una voglia di prolungare questa tradizione continuando a riflettere sul passato e sul futuro, perdendosi in luoghi labirintici e cercando un'armonia per stare nel presente. C'è però il peso dei padri, di tutti quei rapporti stretti, di sangue e di lettura, capaci di condizionare lo sguardo sul mondo che qui vengono affrontati portando oggi il Cile a raccontarci una prospettiva di continuo scontro sotterraneo.

venerdì 6 aprile 2018

Siri Ranva Hjelm Jacobsen: le piccole comunità per sopravvivere devono tacere. #LeInterviste

I Boreali, il festival dedicato alla cultura dal Nord organizzato da Iperborea, ha nuovamente creato uno spazio di confronto stimolante arricchito da numerosi ospiti. Tra questi molto atteso l'incontro con Siri Ranva Hjelm Jacobsen, giovane autrice danese capace di conquistare i lettori italiani con il suo Isola, il romanzo d'esordio con il quale è riuscita a strappare il Premio Bogforum Debutant 2016.

Isola è una storia di radici, uno sguardo inserito in una storia familiare verso le origini rappresentate dalle Isole Faroe. Un viaggio nella memoria e nel mito verso la ricerca del sé.

Ho pensato di restituire un resoconto del nostro breve incontro e della presentazione milanese moderata da Alessandro Zaccuri.




Leggendo Isola ci si immerge in una vicenda estremamente personale ma basteranno poche pagine per aver l’impressione che questa storia così lontana, tra quelle isole sconosciute ai più, stia parlando di qualcosa di più.

Alla base c'è lo spostamento, la voglia e il coraggio di cambiare luogo in cerca della verità.

Credo che questo tema dello spostarsi da un posto all'altro sia un tema che l’umanità ha sempre conosciuto sopratutto ai nostri tempi, come ad esempio il cambiamento generazionale in Europa dove è sempre più difficile da percepire. 
C’è ancora molto silenzio, da un lato le Isole Faroe sono un luogo molto piccolo e le piccole comunità per sopravvivere devono tacere.
L’altro aspetto riguarda la migrazione verso la Danimarca nella quale c’è una sorta di perdita che ricopre il silenzio.

giovedì 29 marzo 2018

Marcos y Marcos: la collezione primavera/estate 2018

Non credo sia facile immaginare una sfilata letteraria, in questo caso una serie di titoli presentati nei loro nuovi vestiti firmati -come vuole la tradizione di questi eventi- da Marcos y Marcos. Anche questa volta ho visto raccontarsi e raccontare le prossime uscite del coloratissimo editore indipendente milanese.

E
cco quindi un riassunto di quanto vedremo in libreria nei prossimi mesi, ecco a voi la collezione fatta dalle storie di questa primavera/estate 2018.



Collezione straniera:

Il grande giorno di Jack Ritchie. Considerato il maestro dell’illusionismo letterario, i suoi brevissimi racconti in prima persona riuscirono a conquistare anche Alfred Hitchcock. Torna l'autore di È ricca, la sposo e l'ammazzo proprio con una raccolta interamente dedicata alla forma breve, anzi brevissima. (già disponibile)

Dopo un lontano successo non indifferente arriva la nuova ripubblicazione per Leon De Winter, lo scrittore olandese di Se dio fosse una donna (SuperTex), un libro che sbuca da una Francoforte di venticinque anni fa. Indirizzato a chi vorrebbe cominciare a fare pace con un'ingombrante eredità per uscire da un periodo di crisi. (già disponibile)

giovedì 22 marzo 2018

Voci Dal SUR. Intervista ad Alan Pauls, Andrés Neuman & Federico Falco. #LeInterviste

Grazie a Voci Dal Sur, la rassegna interamente dedicata alla letteratura argentina al Teatro Franco Parenti di Milano, ho avuto modo di partecipare a due giorni di confronto su questa narrativa dal Sud.

Molti gli ospiti che hanno animato un dibattito appassionato e di sottili sfumature verso il passato e il presente, una specie di tango a due che ha coinvolto l'Italia e l'Argentina rinnovando un legame molto solido tra due culture molto vocine.

Ho avuto l'onore di discutere alcuni aspetti emersi durante i numerosi interventi con un trio d'eccezione: Alan Pauls, Andrés Neuman e Federico Falco. Abbiamo parlato del cuento, il racconto, che tanto ossessiona la tradizione letteraria argentina, per spostare l'attenzione verso alcuni aspetti di questo paese e del suo legame con la nostra contemporaneità.



Non possiamo parlare di narrazione argentina senza pensare al racconto e cercare di definirlo non è per nulla facile, soprattutto guardando alla storia della narrazione breve.

Ho provato a parlarne con Andrés Neuman, lui che fu uno dei “protetti” di Roberto Bolaño, il quale sembra non esitare davanti qualsiasi tentativo di definizione. Così come il giovanissimo Federico Falco, sempre pronto ad approfondire aspetti tecnici e non, legati a questa forma. Molto più difficile è stato penetrare la personalità di Alan Pauls, romanziere per vocazione ma attento critico di questa letteratura.

Cos’è il racconto?

AN: Il racconto è una porta che si apre verso lo sconosciuto, una scala che scende verso l'inferno, un vetro oscuro che può riflettere il proprio lettore ma non l'autore, è un atto di traduzione interna, un mattone infilato nella parete della narrativa, un piede che cammina verso nulla.

giovedì 15 marzo 2018

Davide Morganti: Ritengo la storia una immensa fossa comune. #LeInterviste

Negli ultimi anni il vivaio di Neri Pozza composto da validissimi autori italiani è andato a creare, per quanto mi riguarda, una sorta di sicurezza verso scelte e proposte molto solide. È stato quindi naturale approfondire ulteriormente la tradizione di scrittori campani arrivando -dopo le bellissime sorprese di Paolo Piccirillo e Wanda Marasco- a La Consonante K di Davide Morganti.

Questo romanzo in particolare, mi era stato presentato come un qualcosa di molto sperimentale in cui la Storia e diverse vicende estreme fossero le protagoniste di un'esperimento ambizioso dal respiro internazionale.

Dopo un'esperienza di lettura del genere era d'obbligo coinvolgere Morganti stesso. La scrittura, la teologia, l'amore sono solo alcuni dei temi che abbiamo approfondito con l'intento di svelare qualcosa in più dietro questo libro visionario e mistico sul tempo della fine delle ideologie.

© FanPage







Il lettore si trova immerso in più momenti storici rappresentativi di una deriva epocale, dalla caduta del Muro di Berlino all'attacco delle Torri Gemelle, la tua è una narrazione che spinge verso la contemporaneità. Come credi che il rapporto tra storia e finzione possa ancora influire sul presente?

Non credo che la finzione possa condizionare il presente, al massimo lo invade provando a decifrarne il suo futuro. Forse qualche serie televisiva ci tenta ma ho sempre l’impressione che il presente abbia una velocità superiore, che non siamo in grado di controllare come desidereremmo. Tutto sommato non mi pare un male che sia così. A ogni modo da sempre abbiamo bisogno di finzione, non ne possiamo fare a meno, anzi la costruiamo con grande abilità e con maggiore urgenza rispetto a venti anni fa, basti pensare alla Playstation, per esempio, che prosegue in maniera diversa l’immaginario dell’infanzia.

Potremmo vedere “La consonante K” come un romanzo di collisioni in cui le vicende più disparate mostrano un ventaglio di tematiche ampissimo. Quale è stata la parte più difficile nell'armonizzare una narrazione così frenetica?

martedì 6 marzo 2018

Le Vite Vulnerabili di Pablo Simonetti

Non conoscevo Pablo Simonetti, non avevo mai sentito parlare di questo scrittore cileno classe '61 che con Vite Vulnerabili, la sua raccolta di racconti d'esordio, strappò contro ogni pronostico gli apprezzamenti di Roberto Bolaño. 

Grazie a Lindau ho scoperto questo autore da sempre attivo per l'affermazione dei diritti degli omosessuali nella cultura del post Pinochet, senza indossare le vesti dell'attivista quanto quelle del narratore puro, della persona disposta a raccontare la sua esperienza personale servendosi della letteratura.



Le dodici storie di Vite Vulnerabili appartengono in parte all'auto-fiction -di cui Simonetti diventerà un convinto sostenitore- e risultano essere storie di tutti, di uomini e donne in continuo mutamento, sempre alla ricerca di un qualcosa nascosto nel proprio cuore.

Ho letto di amori segnati da profonde fratture, di rapporti fatti di incomprensioni, di passione, di erotismo, del feroce contrasto tra società e morale. Questo e molto altro tra queste vicende quotidiane, momenti apparentemente banali se spogliati dalla loro componente emotiva, dai sentimenti segreti provati sotto lo sguardo dell'altro.

Così gli attimi di una comune passeggiata tra le strade di Firenze, una festa o una partita a carte si sono trasformati in un susseguirsi di palpitazioni, di rabbia e profonda commozione.

mercoledì 28 febbraio 2018

Alberto Laiseca: il mostro che arriva e ci sconquassa il sogno.

Nell'esperienza di ogni lettore, nella successione numerosa dei libri della nostra vita, sono rarissimi i momenti di frattura. Quell'esperienza di lettura dopo la quale nulla risulta essere come prima, cambia lo sguardo sulle pagine successive, sull'idea di letteratura che possiamo avere fino a quel momento. Nei casi migliori può cambiare addirittura lo sguardo sul mondo.

Crepe così grandi sono difficili da nascondere, diventano ossessioni, buchi neri con i quali convivere, nuovi spazi in cui orientarsi. In questo senso, l'ultima fenditura inaspettata ha per il sottoscritto un nome ben preciso, quello dello scrittore argentino Alberto Laiseca.

Sul finire del 2016, in concomitanza con la sua morte, mi sono avvicinato a questo autore ignaro dello shock che mi avrebbe provocato. Dopo averlo più volte raccontato ho così pensato di ospitare in questo spazio chi sarebbe stato in grado di restituire, con maggior efficacia e competenza, il racconto di una voce ancora troppo sconosciuta e allo stesso tempo unica per il lettore appassionato del Sud America e non.

Il curatore, il traduttore e l'autore: Loris Tassi, Francesco Verde e Luciano Funetta. Tre prospettive diverse attraverso le quali costruire il profilo del monstruo



Chi è Alberto Laiseca?

Loris Tassi: Alberto Laiseca è, assieme a Roberto Arlt, il motivo per cui ho dato vita alla collana Gli eccentrici. Secondo Sergio Pitol, “la lettura è anche una lotteria […]. Si scopre un autore in modo apparentemente casuale e poi non si può più fare a meno di leggerlo”. È quello che mi è capitato con Laiseca. 
Nel 2004 trascorsi alcuni mesi a Buenos Aires ed ebbi la fortuna di incontrare diverse volte Ricardo Piglia. Il principale argomento dei nostri incontri era Roberto Arlt, però ogni tanto c’erano “aperture” sulla letteratura contemporanea. Una volta Piglia mi parlò con entusiasmo di Laiseca e mi invitò a cercare i suoi libri. Lessi il racconto “El checoslovaco” e il romanzo Las aventuras de un novelista atonal e rimasi folgorato. Non avevo mai letto niente di simile. Per tornare alla tua domanda, credo che Laiseca sia uno scrittore unico nel panorama letterario argentino. 

venerdì 9 febbraio 2018

Da lontano sembrano mosche. Il noir argentino di Kike Ferrari.

Prima cameriere, panettiere, poi il viaggio verso gli States in cerca di fortuna come immigrato illegale. Oggi Kike Ferrari lavora in una stazione della metropolitana di Buenos Aires e la sua vita sembra essere fatta anche di letteratura. Un percorso lungo, quello tra i lavori più disparati, questo il caso così particolare di chi ha richiamato con i suoi libri l'attenzione della stampa argentina e non.

Da lontano sembrano mosche è il terzo romanzo di Ferrari (riproposto in una nuova veste da Feltrinelli) grazie al quale mi sono avvicinato a questo scrittore apprezzato, tra i tanti, da un colosso come Paco Ignacio Taibo II.



Sono subito costretto a contestualizzare questo romanzo accennando all'esistenza del profondo rapporto tra la letteratura di genere e il Sud America. Borges stesso era un grandissimo appassionato di gialli e del mistero accumulato tra i classici di queste storie. Non sorprenderà quindi trovarsi tra le mani un noir argentino consapevole di una lunga tradizione.

Da lontano sembrano mosche è però un libro che già dalla trama muove diversi interrogativi, questo ha fatto nei confronti del sottoscritto, il quale si è più volte chiesto come avrebbe fatto a sorprendere la vicenda di un uomo di potere fermo sul ciglio della strada con un cadavere nascosto nel bagagliaio.

lunedì 5 febbraio 2018

Aspettando I Boreali Nordic Festival 2018

Dal 22 al 25 Febbraio tornano I Boreali Nordic Festival 2018, la rassegna dedicata alla Cultura Nordica ospitata -come da tradizione- dal Teatro Franco Parenti di Milano.

Una quattro giorni di musica, cinema e letteratura dal Nord: eventi pensati per i più grandi e per i più piccoli con l'intento di far conoscere il diverso, una cultura così lontana e fredda ma al tempo stesso calorosa e affascinante.

Tanti gli scrittori presenti per parlare dei loro ultimi lavori e costruire un momento di confronto sempre stimolante. Qui una mini-guida agli ospiti da non perdere.



Giovedì 22
18.30 Jón Kalman Stefánsson e Andrea Vitali. Islanda. L'isola grande come l'universo.
L'autore islandese che negli anni ha saputo conquistare così tanti lettori da diventare uno dei must di Iperborea. Un paese di pescatori, il cielo e l'impressione di ritrovarsi tra un qualcosa grande come l'universo.