lunedì 27 maggio 2019

Matthias Nawrat: Mi sento in qualche modo un fratello di Gombrowicz. #LeInterviste

Era Lev Tolstoj che scriveva di come tutte le famiglie felici si assomigliassero fra loro e di come ogni famiglia infelice fosse poi infelice a modo suo. Lui però, a differenza di Matthias Nawrat, era molto lontano dal concetto contemporaneo di famiglia imprenditoriale. Forse lo ero anche io e solo dopo aver letto Imprenditori (edito L’Orma Editore) ho capito come la felicità e l’infelicità familiari siano veicolate da dinamiche ancora più complesse, tutte racchiuse in questa favola che parla della nostra realtà.

Tolstoj sembra uscire un po’ malconcio dal cangiante modello familiare dei nostri giorni, proprio lui che era tanto vicino alle dinamiche e al discorso intorno al lavoro. Dai servi della gleba all'organizzazione dell’io del XXI secolo, sarebbe sicuramente rimasto affascinato dalle mutazioni sotterranee che sembrano regolare l’amore verso il nucleo familiare, fino alla cura dell’officina della nostra casa, in questo caso costellata di chiodi, tubi e dinamite.



Nato in Polonia ma naturalizzato tedesco, Nawrat parte da un nucleo familiare tradizionale e lo immerge in un tempo e in un luogo indefinito in cui l’imprenditoria sembra farla da padrone, da vero padrone. Un padrone che sembra aver letto attentamente La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, per poi volerlo superare con una visione di un modello economico ancora più ambizioso.

Così durante l’ultimo Book Pride ho avuto modo di farmi raccontare meglio di questa imprenditoria così apparentemente fantastica e sfumata.

Cominciamo da un aspetto tanto banale quanto fondamentale. Con Imprenditori sei stato pubblicato per la prima volta in Italia e grazie all'attenta proposta de L’Orma ti scopriamo oggi con questo libro. 
Mi interessa sapere che tipo di scrittore sei.

Direi che sono qualcuno che prende la lingua sul serio. Vorrei scrivere in un modo che renda sensibili il mondo e le storie che racconto e nel farlo, vorrei usare una lingua che permetta al lettore di vedere in modo totalmente nuovo cose che magari già conosce.

Alcune "cose" che già conosciamo sono ad esempio i due grandi blocchi che compongono questo libro uscito nel 2014: parlo del lavoro e della famiglia. Nonostante siano passati diversi anni, possiamo ancora trovare questi due temi al centro del dibattito contemporaneo?

mercoledì 3 aprile 2019

Guillem López: È cambiata la nostra visione del mondo e la letteratura deve rispettarla. #LeInterviste

Due anni fa avevo incontrato e conosciuto Guillem López, un autore difficile da etichettare. Questo lo avevo capito subito, sicuramente osservandolo durante una colazione organizzata in occasione della 30esima edizione del Salone del Libro di Torino, ma ancora prima leggendo il suo Challenger, il primo libro proposto ai lettori italiani da Eris Edizioni.

Da Challenger siamo passati a VentunoLópez ha avuto modo di farsi conoscere e chi lo ha letto, compreso il sottoscritto, aspettava con ansia di poterlo rincontrare sia tra le pagine che dal vivo. Così infatti è successo, BookPride19 per l'esattezza. Esce in anteprima Ventuno e ne approfitto per fare un discorso più ampio con uno di quegli autori a cui i confini vanno stretti e che questa volta si è spinto verso quel pozzo nel quale un destino cerca di sottrarsi alla sua sorte apparentemente già scritta. 




Ti ho conosciuto con Challenger, potrei dire di averti conosciuto con il cielo. Con Ventuno siamo passati da quel cielo al sottosuolo. Cosa è successo nel mentre?

Buona domanda, è successa una cosa molto grande, molto importante. Tra la scrittura di Challenger e quella di Ventuno, sono diventato padre. 
Avevo iniziato a scrivere un altro libro che non era questo ma che aveva la stessa idea di base, quella del pozzo per l’esattezza. Stavo quindi lavorando a un romanzo sotterraneo, lo scenario era esattamente lo stesso e quest’idea è sorta con tanta forza che ho dovuto scriverla: ho dovuto lasciare il progetto precedente e mi sono dovuto buttare su questo. L’altro era un progetto molto più simile a Challenger, una sorta di fantasia urbana molto vicina.

Ventuno, rispetto a Challenger, è un romanzo molto diverso ma in certi punti molto simile. Anche questo, soprattutto quando lo si legge, è un libro esplosivo, è un romanzo breve, intenso e non ha nulla a che vedere con la paternità perché l’unica cosa che accomuna la paternità ai due progetti è stato l’aver deciso di mollare un lavoro per dedicarmi ad altro. Quella necessità mi ha fatto iniziare questa storia nonostante avessi già fatto un word building per l’altro romanzo che poi è diventato una serie di racconti che ho pubblicato in Spagna su riviste.

Una differenza netta rispetto a Challenger però c’è, ed è quella degli spazi. Penso ad alcuni spazi chiusi e al rapporto che hanno con i personaggi di Challenger. Dalla biblioteca, a una qualsiasi stanza descritta, quando c'era una situazione di pericolo, i tuoi protagonisti uscivano fuori da quei contesti pericolosi, avevano un’alternativa. Qui sotto, con Ventuno, no.

Questa è una buonissima lettura perché se guardiamo tutto da un punto di vista ontologico possiamo fare una distinzione rispetto una visione mistica. Se guardiamo Challenger ha la mistica dell’ascensione ma ce l’ha anche il pozzo, questo mondo sotterraneo descritto in Ventuno. Questo potrebbe essere il filo conduttore che unisce questi due romanzi diversissimi tra di loro, in realtà non ci avevo mai pensato fino a quando non me l’hai fatto notare: c’è questa idea di ascesa verso un punto. 

giovedì 14 febbraio 2019

Judith Hermann: il minimalismo è il mio modo di scrivere. #LeInterviste

Dopo anni di presentazioni e chiacchiere con gli autori più disparati non mi ci vuole troppo tempo per avere un'idea quanto più precisa del tipo di scrittore che ho davanti. Sono veramente pochi i casi in cui tornando a casa sono avvolto nella nebbia di non sapere se voler approfondire la nuova conoscenza o dare spazio a qualcosa di più vicino al mio gusto.

Qualche mese fa ho incontrato Judith Hermann, autrice tedesca che ho deciso di incontrare essendo una delle ultime proposte de L'Orma, editore romano grazie al quale sto recuperando negli anni le mie imbarazzanti lacune in quanto a letteratura francese e tedesca -per l'appunto-.

La Libreria Trebisonda di Torino è stata lo scenario della presentazione de L'amore all'inizio, il romanzo con il quale ho avuto modo di approfondire, perché questo è stato uno dei casi in cui dopo poche frasi non ho avuto dubbi sul da farsi.



Mi sono informato e l'ho fatto soprattutto dopo questa chiacchierata, dopo esser stato colpito da una voce così affilata e raffinata.
La Hermann, classe '70, nasce con l'idea del giornalismo in quella Germania del muro dalla quale andrà via, verso gli Stati Uniti, una delle patrie delle short stories, il racconto breve che contagerà Judith e con lei l'intenzione di dedicarsi a quella "cosa" della Letteratura.

Dopo un riconoscimento su scala mondiale e diversi premi vinti, dopo aver pubblicato svariate raccolte di racconti (alcune di queste pubblicate anche in Italia da Socrates) il passaggio alla forma più estesa.

L'amore all'inizio potrebbe essere riassunto come una vicenda di stalking tra le case di un ridente quartiere, uno di quelli comuni da immaginario cinematografico che in questo caso diverrà il centro di ossessioni e tensioni forti.

Sei passata dalla forma breve a quella più distesa. Sei partita dal racconto che si caratterizza per il dover condensare tutto in poche pagine, tutto deve infatti brillare in pochissimo tempo. Mi chiedevo se con la forma lunga c’è stata una difficoltà nel tenere sullo stesso piano la tensione emozionale che pervade queste pagine.

Non è stato facile in effetti. Raymond Carver diceva che i racconti sono fast-in/ fast-out, entri veloce ed esci altrettanto veloce. Anche se in ogni short story succede sempre molto, entri e già in qualche modo vedi il segnale d’uscita.
Ci entri dopo aver preso una rincorsa, ti prendi il cuore in mano e ci entri. 

domenica 10 febbraio 2019

Le Ricrescite di Sergio Nelli

Se la collana di narrativa targata Tunué era sempre stata per me sinonimo di nuove scoperte, con Ricrescite di Sergio Nelli ho dovuto rivedere questa idea, ampliarla. Scoperte sì - penso agli esordi che hanno lasciato il segno e ad autori più navigati che hanno trovato una nuova dimensione nella consolidata proposta diretta da Vanni Santoni- ma questa volta, allargando l’orizzonte, anche di RI-scoperte. 

Questo il caso di Ricrescite, primo di svariati recuperi atti a riproporre in una nuova veste libri tutti italiani e ingiustamente dimenticati. Un titolo che grazie alla sua esperienza di lettura non aveva dimenticato (soprattutto!) Antonio Moresco, da quando questa storia di dolore uscì originariamente per Bollati Boringhieri



È un libro magico e a parlarne troppo lo si soffoca”. 

Parafrasando Moresco ho cominciato anche io così, senza volermi soffocare nelle aspettative e lasciandomi trascinare verso questa ricrescita annunciata. 

Durante la lettura sarà lo stesso Nelli a proteggersi da una vivisezione, con l’aiuto di Sartre e svariate esigenze personali. Pensare a Ricrescite come un romanzo puro, volerlo etichettare, significherebbe pensare con perizia al lavoro di un artigiano, di uno scrittore nella fattispecie. Ma qui verremo da subito messi di fronte all'uomo. L’artigiano di questo, di noi tutti, non può che essere solo Dio e se questo non ci fosse, non esistesse, all’uomo non rimarrebbero solo che interrogativi personali e l’assenza di una natura in favore di una “condizione” assai scomoda con cui fare i conti. 

giovedì 10 gennaio 2019

Perso nel bosco di Dario Panzeri

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita.

Lo scriveva Dante nella sua Commedia ma non credo serva scomodare il sommo poeta per entrare in quella dimensione di smarrimento. Perdersi è umano, comune e forse troppo spesso brancoliamo nel buio di boschi privati alla ricerca di luce.

Anche l'esordio di Dario Panzeri -l'ennesima uscita del Progetto Stigma e targata Eris Edizioni- sembra trovare la sua dimensione tra rami d'inquietudine, ombre pericolose e maschere caleidoscopiche.



Perso nel bosco è un viaggio grafico che si apre con l'accettazione di una paura atavica e indefinita, con il fare i conti con la pellicola in bianco e nero di un momento preciso e delicato della nostra vita.


A guidare il lettore tra rovi spinosi sarà una figura grottesca, all'apparenza -ed erroneamente- una sorta di Batman underground del quale Panzeri sarà sicuramente un grande ammiratore. Ma non bisogna mai fermarsi al primo sguardo, così come in ogni tavola di questa graphic novel, per capire che è la maschera la protagonista del racconto, il costume che ci cuciamo addosso nel nostro quotidiano. 

Aspettiamo l'eroe senza accorgerci di aver indossato una maschera per poter sopravvivere, per non farci riconoscere dalle innumerevoli paure capaci di immobilizzarci. 
Batman? Qui Batman incontra il Birdman di Iñárritu ma prende soprattutto i tratti e la voce di Panzeri diventando qualcosa di talmente ipnotico da bucare la tavola.

giovedì 3 gennaio 2019

I libri di Joe Lansdale. La collana a stelle e strisce di Giulio Perrone. #LeInterviste

Non ho potuto nascondere la sorpresa quando ho visto Giulio Perrone Editore annunciare di un intero progetto targato Joe Lansdale. L’autore americano tanto apprezzato in Italia messo al timone di un’intera collana dedicata alla narrativa a stelle e strisce. Piena libertà sulla scelta dei titoli e la voglia di portare ai lettori italiani libri lontani ma al tempo stesso cari all'autore texano.

Durante l’ultima edizione di Più libri più libri, la fiera nazionale della piccola e media editoria di Roma, ho avuto modo di parlare proprio con Lansdale in occasione dell’uscita di In fondo è una palude, una conversazione con Seba Pezzani che oltre a essere il suo traduttore è stato anche il tramite per questo felice matrimonio. 

Da una parte una chiacchierata su carta per ripercorrere quarant'anni di carriera, dall'altra qualche domanda per farmi raccontare cosa succederà nei prossimi mesi. 



Per la prima volta hai raccontato i tuoi quarant'anni di carriera e mi chiedevo se nel fare i conti con questo racconto -quasi generazionale- ci siano stati uno o più aspetti che ti hanno sorpreso.


Sì, è successo veramente! Ci sono stati momenti in cui io stesso mi sono stupito di quello che avevo fatto ed è stato come accorgersi improvvisamente di aver fatto tanta strada e la sorpresa è stata palpabile. Devo dire che Seba Pezzani mi ha fatto anche le domande giuste, quelle che hanno portato a quelle risposte che mi hanno stupito e che avrete modo di scoprire in questo libro.

In questi anni non ti sei mai schierato politicamente nonostante i tuoi lettori forti sappiano quali siano le tue idee. Questo lo hanno scoperto dalla tua letteratura e dall'uso che ne hai fatto durante la tua carriera. Oggi proprio la letteratura di genere è diventata l’espediente per fare un certo tipo di critica e puntare i riflettori su determinati problemi contemporanei. Perché affidarsi sempre più spesso al genere?

giovedì 13 dicembre 2018

Camanchaca. Intervista a Diego Zúñiga.

È nella mia famelica e trasversale esplorazione della letteratura latinoamericana che mi sono imbattuto in Diego Zúñiga. Classe ’87 inserito nella “Bogotà39”, la lista delle voci under quaranta più interessanti del Sud America. Ricordo mi bastarono una manciata di racconti letti in passato per farmi un’idea sulla qualità di questo autore cileno.

Grande la sorpresa nel ritrovarlo tra le nuove proposte de La nuova frontiera di questo fine 2018.

Durante Più libri più libri, la fiera Nazionale della piccola e media editoria di Roma, ho avuto modo di partecipare a una colazione a base di Cile, memoria e origini. Accompagnato da Il tè tostato, Mangialibri e Doppiozero abbiamo parlato di Camanchaca, un viaggio attraverso il deserto di Atacama verso i fantasmi e le verità nascoste di un ragazzo sovrappeso che si fa simbolo della storia di un paese.




Un pick-up, il deserto scorre fuori dal finestrino e i pensieri viaggiano in luoghi sempre diversi e non sempre riconoscibili. Apparteniamo a una geografia complessa e non tutti i luoghi del presente e del passato sono segnalati sulla cartina.

Sono nato a Iquique, una città molto strana che sembrava dovesse sparire. C’è il mare e una montagna di terra che schiaccia ogni cosa ma un giorno l’acqua si mangerà tutto. Crescere in questa città che sai che un giorno sparirà ti rende molto cosciente del paesaggio che ti circonda.

Con il tempo mi sono reso conto che quando scrivo ho bisogno di mettere i personaggi in un luogo ben definito perché credo che il paesaggio possa determinare ogni persona in modo diverso. Quando vivi buona parte della tua infanzia in un posto quello stesso posto ti marca e nel mio caso credo che la provincia cilena sia molto diversa da Santiago, dalla capitale. Quel marchio ti rende diverso anche nei modi con cui impari a interagire con le altre persone
”.

Proprio durante una di queste colazioni, 
Paco Ignacio Taibo II disse che l’ispirazione non esiste, esistono esclusivamente le ore-culo, quei momenti in cui ti siedi e ti dedichi al tuo lavoro. Per la sua monumentale biografia su Guevara quelle ore-culo saranno state tante, forse troppe. E per Camanchaca? 

domenica 28 ottobre 2018

Il sentimento come forma di conoscenza. Intervista a Pablo Simonetti

Io Pablo Simonetti l'ho incontrato all'ultimo Salone del Libro di Torino dopo aver letto Vite Vulnerabili, il suo sorprendente esordio pubblicato Edizioni Lindau.

Sono passati diversi mesi e su quel confronto ho avuto modo di ritornarci, così come su ogni singola storia che compone la sua raccolta di racconti. Ci va pazienza, cura e voglia di mettersi in gioco quando i temi sono delicati e la letteratura diventa lo strumento per andare oltre.

Mesi nei quali sono stato invaso da quella vulnerabilità di cui avevo letto ma che oggi, solo al sentire il suono di quella parola, mi riporta con il pensiero a quell'altissimo ed elegante autore cileno con il quale ho parlato di influenze, sentimenti e legittimità.




Prima ancora di leggere Vite vulnerabili sono stato attirato dall’endorsement di Roberto Bolaño. Vorrei partire da questo dettaglio e ti chiedo come si possa esordire con il supporto di quello che si rivelerà essere un monolite così insormontabile per la letteratura ispanoamericana e non.

Nel 1998, dopo venticinque anni, Roberto Bolaño tornò per la prima volta in Cile per partecipare come giurato del Premio Paula, che l’anno precedente avevo avuto l’onore di vincere. Durante il nostro incontro siamo andati a cena insieme e siamo stati presi -come si dice in Cile- dalla buena honda, entrando da subito in sintonia. Quando ci siamo lasciati abbiamo poi instaurato un rapporto epistolare fatto di cartoline, non di quelle comuni ma, in generale, erano vere e proprie opere d’arte. Lui mi mandava queste cartoline raffiguranti le opere di Joachim Patinir, un pittore fiammingo esposto nella sala di Bosco presso il Museo del Prado a Madrid. Insomma, c’era un rapporto fatto di questa corrispondenza di cartoline che lui mandava a me e che io mandavo a lui e, attraverso una di queste, chiesi a Bolaño di presentarmi siccome il mio editore voleva pubblicare il mio primo libro. Lui mi chiese di fargli leggere un racconto in modo da potermi dare un parere onesto. Gliene mandai uno, gli piacque e disse: ”lo presento io questo libro”.

La presentazione coincise con il suo ritorno in Cile, in occasione della fiera del libro cilena, l’anno in cui vinse il Premio Rómulo Gallegos e ottenne un riconoscimento mondiale enorme. Era ancora un autore nuovo, inedito, da scoprire ancora per gli stessi cileni, nonostante in quel momento avesse già scritto Stella distante e Le chiamate telefoniche. Io ho iniziato a leggerlo nel'97 e ne lessi fino alla Letteratura nazista in America. Quella del nostro secondo incontro è una storia ancor più lunga perché in quel viaggio lui fece delle dichiarazioni molto scomode e accese rispetto alla letteratura cilena e fu in mezzo a tutto questo che presentò il mio libro. Tornò in Spagna abbastanza arrabbiato perché le reazioni furono importanti e rumorose poiché lui criticò alcuni autori canonici.

La tua è una visione di una letteratura atta a portare il lettore verso temi ben precisi, soprattutto in un paese difficile come il Cile. Una letteratura che potrebbe essere vista come un vero e proprio impegno etico-politico. Questa è stata da sempre la tua intenzione principale?

In realtà no, la mia idea è sempre stata definita dalle mie origini letterarie: ero, come persona e come autore, in un luogo diverso e, in un certo modo, in uno stato opposto alla società, perciò in Vite Vulnerabili appaiono naturalmente questi temi ma non fu una mia volontà politica, la mia volontà politica apparve più tardi. Semplicemente capitò, ne avevo già scritto nel mio esordio, Madre que estás en los cielos e La ragione degli amanti (Corbaccio) quando la situazione politica in Cile cambiò drasticamente e mi portò a schierarmi, per andare avanti e a scendere in campo assumendo una voce politica relativa alla diversità di genere.

Io ci vedo un attivismo sotterraneo.

Io credo che ogni letteratura meriti che ci sia un attivismo sotterraneo: non c’è letteratura senza nessuna dimensione politica. Credo che generalmente si veda la lettura in base a stile, trama e personaggi ma c’è anche una terza dimensione politica. La letteratura senza una dimensione politica è considerabile -in un certo modo- vuota e questo già lo diceva Barthes. La dimensione politica, come lo stile, è la parte più personale perché nasce da ciò che sei e Barthes lo interpreta come il fiorire personale di uno scrittore: il fiore della personalità è lo stile. La personalità attiva, siccome stiamo parlando di attivismo è la dimensione politica. Questa politica non corrisponde a quella contingente, totalmente variabile e difficile da leggere, ma risponde a una lunghezza d’onda maggiore rispetto a quelle che uno può cogliere. Per esempio: quando ho pubblicato Vite Vulnerabili questi temi non erano al centro del dibattito culturale come lo furono successivamente.

mercoledì 19 settembre 2018

La perfezione del tiro. Il cecchino di Mathias Énard

Fu Stephen King ad avvicinarmi per la prima volta alla preparazione del tiro impeccabile. Lo fece con "L'acchiappasogni", secondo i lettori più accaniti uno dei suoi libri meno riusciti, ma proprio tra quelle pagine mi immedesimai con fare sorpreso nella preparazione di un vero tiro di fucile. Ricordo la neve e un albero sul quale era nascosto il mio sguardo alla spasmodica ricerca di un cervo. Ricordo sopratutto la concentrazione necessaria per sentirsi parte stessa dell'arma e del mondo che ti circonda. In quel momento capì che non bastava tirare un grilletto, capì anche come c'erano alcuni alieni felici di nascere sfruttando la nostra cavità rettale ma quella vi assicurò che è proprio un'altra storia.

Al momento ci interessa il tiro, quel gesto così complesso preso a cuore anche dal protagonista de La perfezione del tiro, l'ultimo lavoro di Mathias Énard pubblicato in Italia da Edizioni e/o.



Potremmo spendere tante parole su Énard, dovendo però avere la consapevolezza che non possano bastare per descrivere uno degli autori europei più importanti della nostra contemporaneità. Francese di nascita ma cittadino del mondo, sempre diretto verso nuove mete, così come le sue storie: dalla Russia alla Spagna passando per generi diversi senza mai perdere uno sguardo letterario profondo e originale.

È la voce di un cecchino a guidare questa vicenda di conflitto durante un imprecisato e costante scontro mediorientale. Una prima persona onesta, quella di un uomo, dei suoi tetti e del suo famelico fucile.

L’impatto, la realtà del sangue, i pochi secondi di morte, di vita in cui tutto si confonde, ecco cos’è importante. Poco conta come lo ottieni. La maggior parte di quelli che ho ucciso hanno vissuto solo nei tre secondi in cui li ho guardati. Sono fantasmi, personaggi, maschere incapaci di vedere. Li guardo e li faccio vivere, li uccido e li animo. È una contraddizione, qualcosa che non afferro del tutto nemmeno io. Ma andrò fino in fondo.

domenica 16 settembre 2018

Il pittore fulminato di César Aira

César Aira mi era sempre stato presentato come un eccentrico, come uno di quegli scrittori dai quali non puoi sapere cosa aspettarti. L'amore per questo tipo di autori mi ha spinto negli anni a recuperare diversi suoi titoli e per capire di che pasta fosse fatto questo bizzarro personaggio argentino sono partito da Il pittore fulminato, il suo ultimo lavoro edito in Italia da Fazi.

Aira è considerato uno degli autori sud americani più influenti del nostro tempo così diceva un certo Roberto Bolaño, così come continua a sostenere anche Patti Smith. Lettori diversi uniti dalla stessa passione per la letteratura di un certo tipo e per l'arte.



Dall'arte parte anche questa vicenda, da due pittori per l'esattezza. Johann Moritz Rugendas, pittore di viaggio ottocentesco discendente da una famiglia di artisti dedita alle rappresentazioni di guerra, lavora seguendo ed esplorando il metodo della fisiognomica della natura di Alexander Von Humboldt, accompagnato dal fidato amico-pittore Krause. Nel suo viaggio tra le Ande e la Pampa argentina verrà colpito da un fulmine che scarica tutta l'energia sul suo cavallo e su di lui, sfigurandone il volto e privandolo di ogni connotato umano.

Un uomo sfigurato, mutato nel suo metodo di lavoro e nel suo sguardo sul mondo, rifletterà sul cambiamento, sui cicli di questo. Aira sembra suggerirci come la trasformazione non si realizzi nel ciclo temporale ma in quello del significato. Così una semplice storia di pellegrinaggio diventerà un'esperienza di profonde visioni, di contorni fantasmatici e di realtà fallibili.

giovedì 30 agosto 2018

La grande Russia portatile di Paolo Nori

C'era quel pensiero che io avevo da molto, da quando anni fa avevo cominciato a leggere Paolo Nori. Io me lo ero sempre chiesto perché Paolo Nori nel suo parlare sempre di Russia -nelle sue storie o nei suoi incontri-, proprio di letteratura russa, delle traduzioni dal russo, un libro vero e proprio sulla Russia non lo avesse mai scritto. Io me lo sono sempre chiesto perché questo libro non arrivasse, così era più o meno quel pensiero.

Ora è arrivato per Salani Editore e si chiama La grande Russia portatile e c'è sì la Russia, proprio la protagonista di quel pensiero, ed è stata pensata anche in una forma portatile.




"Questo libro viene un po' fuori dall'idea che sarebbe forse sensato fare un libro composto da racconti semplicissimi che raccontano le cose che sono successe a uno straniero posseduto dalla letteratura e dalla cultura russa, e i giri e le avventure, e le guerre che ha visto e vissuto, e percorso in virtù di questa possessione, e quello straniero sono io e questo libro parla dei miei trent'anni di commerci con la Russia (...)".

Definire la forma di questo libro non è un compito così immediato. Non è né una guida di viaggio né un saggio critico sull'atavico e ferreo spirito russo, che poi a pensarci bene, per dare un'idea ai più, basterebbe semplicemente dire che si tratta di un libro di Paolo Nori.

Potreste anche non conoscere Nori (non mi sento di escludere questa opzione) ma vuole il caso che tra le pagine di quest'ultimo lavoro sia lui stesso a raccontarsi attraverso alcuni dei suoi libri e diverse vicende private: dall'innamoramento verso la lingua russa passando per i primi viaggi verso quella terra così grande e fedele al suo passato. Nel mezzo le storie degli altri, scrittori e amici di vecchia data, tutti da unire seguendo un racconto sempre personale e mai scontato.

domenica 19 agosto 2018

Giusi Marchetta: Dobbiamo avere il diritto di raccontarci la nostra vita. #LeInterviste

Quando incontrai per la prima volta Giusi Marchetta non sapevo del suo essere scrittrice. Ricordo un’edizione del Salone del libro di Torino -forse il 2012- in cui con fare sornione stalkeravo Paolo Cognetti, lui lontano anni luce dal suo Strega, io ancora troppo inesperto e Giusi pronta per moderare la presentazione.

Rimasi colpito dalla sua capacità di far parlare storie lontane, dall’analizzare in maniera lucida qualsiasi tipo di aspetto letterario e non, restituito con autenticità. Riuscì a trattenere un ricordo più che positivo e da quel momento,
condividendo la stessa città, ogni evento al quale partecipava quella voce così appassionata diventò sinonimo di qualità. 

Gli anni sono passati, così come i lavori pubblicati, senza che io per qualche strano motivo mi decidessi ad approfondire, di capire cosa avesse da offrire quella lettrice onnivora sulle sue pagine.

Esce quest’anno Dove sei stata (edito Rizzoli) e decido di leggerlo.

La Reggia di Caserta sullo sfondo e Mario -un uomo con un passato piuttosto articolato alle spalle- di ritorno verso i boschi della sua infanzia, gli stessi dai quali è andata via la madre, capaci di svelare le risposte utili al futuro. Questa la premessa.

Parte da qui questa chiacchierata, dall'incontro di un lettore e di quell'autrice che per poca lungimiranza del sottoscritto rischiava di mostrarsi a metà. Obbligatorio quindi questo ritratto capace di ricordarmi come questa penna l’avessi sempre avuta così vicino. 





Dalle origini a Dove sei stata. Qual è stato il tuo percorso? 


Ho cominciato con i racconti, Dai un bacio a chi vuoi tu è il libro con il quale ho vinto il Premio Calvino. Ho cominciato a scriverli a Napoli mentre frequentavo il laboratorio di Antonella Cilento. Allora lavoravo prevalentemente sulla forma racconto. Credo siano una cosa straordinaria: i racconti ti danno la dimensione di cosa significa lavorare sulla scrittura.

Su consiglio della Cilento ho mandato il mio libro al Calvino e ho poi lavorato a un altro libro di racconti (Napoli ore 11) nel quale credo ci sia la storia migliore che abbia mai scritto. Grazie a Davide Musso di Terre di Mezzo sono finita in un corredo di buonissime scrittrici pubblicate da questo editore. Non lo dimenticherò mai.

Dopo mi sono trasferita a Torino per insegnare e, avendo avuto un’esperienza drammatica con un ragazzo autistico, ho scritto L’iguana non vuole. Era un anno di grande sofferenze, di cambiamento e la scrittura mi sembrava il modo più normale per scavare e non liberarsene mai più. Quell'anno si presentò Michele Rossi di Rizzoli chiedendomi se avevo una storia e così mi dedicai al mio primo romanzo.

E Lettori si cresce

domenica 29 luglio 2018

Omar Di Monopoli: Accettare il caos che mi circonda, la mia sfida quotidiana #LeInterviste

Nella Puglia di Omar Di Monopoli c'è questo luogo fittizio che si chiama Languore. Una cittadina situata nel cuore del Salento che cuore non ha più, lontana dall'essere abitata da buoni sentimenti è un concentrato di brutalità, prostrazione e debolezza.

Queste alcune delle premesse della riedizione targata Adelphi di Uomini e Cani, libro con alle spalle più di una decina di anni, ma simbolo di un lavoro preciso verso questo autore da parte di uno dei marchi più prestigiosi del nostro panorama editoriale.

Un recupero, una storia rimaneggiata dal passato con la quale rispecchiarsi anche oggi attraverso un confronto spietato costruito con chi ha da sempre avuto un occhio attento al racconto del Sud. Tra l'umano e il bestiale abbiamo parlato di lingua, morte, ferocia e gotico meridionale.

© Annagiulia Bartolozzi

Uomini e cani è una storia di rabbia, di limiti, di scoperte e segreti. Tutto questo viene veicolato da una lingua a metà tra l’italiano e il dialetto. Dove finisce una forma e dove comincia l’altra? Qual è il grado massimo di contaminazione di fronte al quale l’autore deve necessariamente fermarsi?

Non credo vi sia un limite definito, o definibile. Ho l’impressione che ogni autore trovi una sua misura, un suo passo. Anche perché se il confine è la comprensibilità allora buona parte della letteratura contemporanea sarebbe pronta per il macero. Più che altro immagino che l’orizzonte da tenere sempre presente sia la funzionalità della lingua, la ragione più profonda dell’utilizzo di questo o quel registro. Se il vernacolo è presente esclusivamente per colorire la pagina, diventa un orpello buono a stupire il lettore, e quindi direi che non va bene. In Uomini e cani – così come in tutti i miei romanzi – la forma “dialettizzante” cui ricorro è una scelta stilistica fatta a monte perché i protagonisti delle mie storie sono spesso bifolchi e criminali straccioni, non possono pertanto che parlare in un certo modo. Poi però su quel registro c’è tutto un lavoro di innesto di una lingua aulica, da alcuni definita “iperstile” e che a me piace pensare come una variante espressionista ed iperbolica di un certo incedere biblico, lirico, che sin dapprincipio ha connotato la mia cifra (anche a dispetto di qualche critica) e che è una mutazione personalizzata dei modelli letterari sui quali mi sono formato.

Mi sono confrontato con una lingua identitaria, la stessa identità messa in discussione e cercata da ogni tuo personaggio. La strada da te dipinta per arrivare alla definizione di questa sembra inevitabilmente tortuosa. È sempre così difficile rapportarsi con le nostre radici e come è stato per te?

mercoledì 4 luglio 2018

Da grande di Jami Attenberg

Jami Attenberg appartiene a quel gruppo di scrittori americani che hanno da sempre raccontato di sentimenti universali attraverso un filtro culturale, in questo caso strettamente legato alla cultura ebraica. Da Malamud, a Roth passando per Cynthia Ozick o Grace Paley, parliamo di una letteratura immersa in innumerevoli contesti, classi sociali e dinamiche sempre diverse.

Dopo essersi fatta scoprire prima con I Middlestein e in seguito riconfermatasi con Santa Mazie, torna con Da Grande, l'ultimo romanzo pubblicato -come vuole la tradizione tutta italiana- dai tipi di Giuntina.



All'età adulta Andrea Bern ci è arrivata da un pezzo, dopo esperienze più o meno traumatiche è riuscita a raggiungere il traguardo della maturità pur non accorgendosene completamente.

Una donna con un passato per niente trascurabile, con le proprie responsabilità, sempre alla ricerca di sbarcare il lunario della vita e degli affetti.
Siamo di fronte a una dinamica sicuramente attraversata da tutti noi, quella di quando gli anni passano e, contro la nostra volontà, tutto attorno comincia a cambiare: affetti che scompaiono, passioni che per mancanza di tempo non possono essere coltivate con la giusta cura e la continua lotta con il costante e frenetico scorrere del tempo, quello che sembra non bastare mai alla fine di ogni giornata.

domenica 24 giugno 2018

La Scatola di Lemarchand. Raccontare Clive Barker.

Erano gli anni delle superiori -non posso sbagliare-, guardando in retrospettiva tutto il mio percorso di letture, mi sarei potuto definire un lettore prevalentemente di genere e tra i vari nomi usati come vero e proprio amuleto, come manifesto del fantastico, non poteva mancare Clive Barker.

Ricordo l'emozione dopo l'aver scoperto uno scrittore così lontano da qualsiasi cosa mi fosse capitata a tiro, una voce al tempo stesso -con mia grande sorpresa- così dimenticata nel nostro paese.



Passano gli anni e Barker diventa una delle mie coperte di Linus, una sorta di nome da centellinare e verso il quale ritornare ogni volta avessi avuto voglia di toccare una letteratura scomoda ma confortante. Pagine e pagine macinate e libri su libri introvabili cercati tra mercatini e il meraviglioso mondo dell'internet. Anni nei quali quella penna diventata ormai modello, riuscì a consolidarsi, a convincermi in ogni sua forma mentre la sua diffusione non faceva molti miglioramenti.

In seguito mi resi conto di quanto il suo universo complesso fosse molto immediato da raccontare e nel farlo trovai, agli albori dei primi social, diverse persone altrettanto scottate e appassionate. Mi resi conto come quel tipo di orrore, in un momento in cui era visto con diffidenza da una grande fetta di lettori, dovesse essere raccontato.

Articoli, video dedicati e un gruppo Facebook a tema: CLIVE BARKER - Italia. Un luogo per riunire una piccola comunità di fedeli, tenerci aggiornati sulle letture e le news dedicate al nostro. Questo quanto successo negli ultimi anni di consigli appassionati pronti ad abbracciare soprattutto nuovi lettori lontani da questo autore.

domenica 17 giugno 2018

Progetto Stigma, tra Èpos e prigioni. Intervista a Marco Galli #LeInterviste

Un qualcosa come il Progetto Stigma in Italia non è mai esistito.

Ho preso coscienza di questo dettaglio quando in occasione dell’ultima edizione del Salone del Libro di Torino ho incontrato Marco Galli allo stand Eris Edizioni. Ad accompagnare il sottoscritto Una banda di Cefali, Emozioni in Font, Il Lunedì dei Libri e Carla Gambale di tararabundidee, tutti pronti ad approfondire e sviscerare il suo Èpos, il primo graphic novel targato Stigma, la prima uscita di un progetto sicuramente meritevole di attenzione.



MG: Dentro Stigma ci sono diversi autori che si autogestiscono, su tutti i lavori c’è un approccio di gruppo dove si parla di ogni aspetto del libro. L’autore ha poi l’ultima parola prima della pubblicazione, per cui anche se AkaB, la figura che si occupa dell’editing e fa da collante, mi suggerisse ad esempio di cambiare copertina io ho comunque il diritto di declinare, se sono davvero convinto della mia scelta.
È un collettivo anomalo, siamo tutti autori professionisti a parte qualche giovane esordiente, abbiamo libri alle spalle pubblicati da case editrici importanti, italiane e estere (per esempio Alberto Ponticelli, che ha lavorato con Marvel e DC). Non siamo un collettivo alle prime armi e proprio per questo aspetto, fare anche l’editing su noi stessi, in modo un po’ arrogante, ci sembra una cosa normale. Quell'arroganza è per noi indice di libertà.

Abbiamo anche un gruppo chiamato Dummy con il quale era uscito Le 5 fasi, un libro pubblicato per Edizioni BD. Un lavoro sulle cinque fasi del dolore nell'elaborazione del lutto, ci lavorarono in sei di noi: AkaB, Ponticelli, Squaz, Angri, Officina infernale e Ausonia, alla grafica. In verità nel gruppo Dummy siamo in nove e da anni si parlava di fare un qualcosa come Stigma, fino a quanto AkaB -circa un anno fa- si è svegliato una mattina e ha pensato: lo faccio io!
L'idea è quella di fare quattro libri all'anno e la nostra copertura, la nostra programmazione, arriva al momento fino a 2022. Ci siamo poi appoggiati ad Eris perché sono una delle migliori realtà italiane legate al fumetto, troviamo in loro un supporto logistico e ci siamo affiancati nella battaglia per far arrivare i nostri libri in libreria. Abbiamo quindi una casa editrice che ospita un’altra casa editrice al suo interno gestendo anche le nostre formule di pre-order (che danno diritto ad avere un albo supplementare).

U
na cosa simile la fece Moebius negli anni settanta, in Francia, creando insieme ad altri Les Humanoïdes Associés, sfociato poi nella rivista Metal Hurlant un collettivo che rivoluzionò il mondo del fumetto. Noi non abbiamo queste ambizioni ma sappiamo di aver portato qualcosa di nuovo in Italia. Cercheremo inoltre di fare una rivista annuale seguita da altri progetti, nostra intenzione restava e resta comunque il mettere l’autore al centro di tutto e, per dire, in fase di pre-ordine l’autore prende il 30% del ricavato. Funziona un po’ come un anticipo, ma è ovvio che devi vendere un buon numero di copie. Al momento non si parla ancora di numeri incredibili ma siamo un anomalia nel mercato dei fumetti, dobbiamo essere digeriti e comunque le vendite hanno superato abbondantemente le nostre aspettative: abbiamo cominciato a fare rumore!

A noi interessano libri che non hanno molti compromessi. Chiamateci collettivo ma siamo casa editrice.

Cefali: Il tuo è stato il primo volume di Stigma, potremmo dire che ha fatto un po’ la cavia. Come mai questa decisione? È stata una scelta collettiva o ci sono state delle votazioni?

venerdì 18 maggio 2018

La Splendente e il fascino del mito di Cesare Sinatti #LeInterviste

Cesare Sinatti è un giovane autore appassionato di mitologia e filosofia. Dopo aver vinto l'edizione 2016 del Premio Calvino ha pubblicato La Splendente (Feltrinelli), il suo primo romanzo, il suo esordio legato all'Iliade.

Trattare di un argomento come quello del mito, mettersi in contatto con una serie di storie così ataviche non è per niente facile ma fidandomi delle proposte lanciate da questa realtà tutta torinese ho deciso di immergermi in una delle vicende più antiche di sempre, raccontata in questo caso attraverso diverse varianti.



Un'esperienza felice di domande universali e sentimenti profondi mi ha portato a voler incontrare Sinatti per discutere diversi aspetti di questo libro: dalla genesi di una storia ambiziosa, passando per il processo di pubblicazione di un esordio fino al cuore del romanzo.

Come mai hai deciso di candidarti al Premio Calvino? Raccontami questa esperienza.

Il Premio Calvino è una delle prime cose che salta fuori se vuoi pubblicare un libro. Per un esordiente che si interessa 
un pochino al come farsi pubblicare, il Premio è un’istituzione, una delle prime cose a cui si fa riferimento.
L’aspetto più interessante del Calvino è quello di ricevere una sorta di feedback. Io volevo un parere su quello che avevo scritto, avevo finito il romanzo e avevo ultimato gli ultimi aspetti prima della scadenza della partecipazione, era l’ultimo anno che potevo avere lo sconto under 25 e mi sono infilato. 
Dopo c’è stata la chiamata dei finalisti e la finale piena di emozioni perché fino all'ultimo non si sa il nome del vincitore. È stata una grande esperienza piena di incontri e conclusa con la pubblicazione che non mi aspettavo.

E il passaggio a Feltrinelli?

Durante la premiazione ci sono molti editori partecipanti, Feltrinelli aveva letto il mio romanzo e siccome era per loro un’opera valida ci siamo messi in contatto.

Una volta selezionato come e quanto hai lavorato sul testo? 

In realtà secondo loro il libro era un testo molto pulito, c’è stato editing ma per nulla pesante. Non nascondo di essere stato preoccupato per questo aspetto siccome i libri a volte vengono pesantemente rimaneggiati soprattutto quando uno è agli inizi. Nel mio caso l’editing è stato molto puntuale soprattutto su alcuni capitoli e io ho potuto sempre dire la mia, partecipando in maniera attiva. Così facendo il libro è rimasto lo stesso testo che ho presentato al Calvino ma migliorato.

Quando leggevo il romanzo ho più volte pensato: sto leggendo una bella riscrittura. Possiamo definire La Splendente come tale? 

Non lo so dipende da cosa pensiamo che io stia riscrivendo. Ho un modo molto spicciolo per descrivere il libro, dico che è un libro sull'Iliade, ovviamente l’Iliade racconta un episodio localizzato. Io ho esteso tutto parlando di altri miti con l’intenzione di raccontarli, in realtà credo di non aver fatto un’operazione molto diversa da quelle che sono state fatte nel mito e nella storia. 

C’è infatti uno scheletro di storie condivise -quelle del mito greco- e poi ogni autore nel corso della storia ha aggiunto il suo. Carattere del personaggio, collegamento con una certa situazione storica, collegamento con una certa cultura. Io volevo fare questa operazione qui.

domenica 6 maggio 2018

Ritorno a Port William. I primi viaggi di Andy Catlett.

Ho parlato molte volte di Wendell Berry, di quell'anziano autore americano del Kentucky definito da molti il contadino pazzo. Diventato una delle voci più rappresentative della collana dei Senza Frontiere di Edizioni Lindau, dopo avermi più volte conquistato nel corso degli ultimi anni, è ritornato tra le mie mani con I primi viaggi di Andy Catlett.

Cambia nuovamente il punto di vista per quest'ultima vicenda ma Port William, la città rurale immaginata da Berry, lo sfondo di ogni sua storia rimane sempre lo stesso, proprio come lo ricordavo.



Di libro in libro sono stato spontaneamente abituato a ritornare tra quelle strade che ormai conosco bene, tra tutti i cognomi di quei nuclei familiari rasserenanti, seguendo una vicenda sempre diversa raccontata da un punto di vista sempre inedito.

Questa è stata la volta del piccolo Andy, anche lui come il sottoscritto di ritorno a Port William, lui per ritrovare i nonni e intraprendere il suo primo viaggio da ometto, io per accompagnarlo nel silenzio della natura.

È l'America rurale del 1943 e anche questa volta Berry muove sullo sfondo la Storia di tutti filtrandola attraverso lo sguardo del microcosmo, del piccolo paesino e di come questo attraversi i grandi eventi. Qui c'è la gente, dai genitori agli stessi nonni di Andy, che ha già resistito alla crisi del '29 e nulla può sprecare in una dimensione che si avvia verso la modernità. La guerra si muove e c'è il rischio di vedere un futuro pieno di ruderi sempre meno comprensibili.

La guerra aveva cambiato tutto. Stava cambiando il mondo, e anche noi.

venerdì 27 aprile 2018

Aspettando il Salone del Libro 2018 #SalTo18

Dopo la sentitissima trentesima edizione del Salone del libro di Torino si apre la seconda prova per Nicola Lagioia e la sua squadra. Un giorno, tutto questo è il titolo di una manifestazione anche quest'anno ricca di ospiti e di un'idea culturale solida e ben precisa. Dal 10 al 14 Maggio sarà nuovamente Torino ad essere la protagonista, il luogo di confronto nel quale un numero molto alto di ospiti internazionali e non verrà a portare il loro racconto.



Anche quest'anno una selezione del meglio secondo il sottoscritto, una scrematura minuziosa dei migliori eventi della manifestazione. Carta alla mano non vi rimane che costruire il vostro salone.

Mercoledì 9
Pre-Salone
19.30 Paolo Cognetti (Einaudi) @OGR

Giovedì 10 

11.00 Javier Cercas (Guanda)
16.30 Giusi Marchetta (Rizzoli)
16.30 Yewande Omotoso (66thand2nd)

SaloneOFF
18.45 
Francisco Ovando (Edicola Ediciones) @Libreria Trebisonda 
19.30 Italian Horror Story con Claudio Marinaccio (Miraggi) @Circolo B-locale
19.45 Patricio Pron (gran vìa) @Libreria Trebisonda 

20.00 Yewande Omotoso (66thand2nd) @Libreria Pantaleon

Javier Cercas, Yewande Omotoso & Francisco Ovando






Venerdì 11
10.30 Carlos Reyes & Rodrigo Elgueta (Edicola Ediciones)

11.30 Marco Peano (L'Orma Editore)
12.30 Sergij Žadan (Voland)
13.00 Patricio Pron (gran vìa) 
13.30 Vanni Santoni (Mondadori)
13.30 Leonardo Colombati (Mondadori)
13.30 Roddy Doyle (Guanda)
14.00 Paolo Nori (marcos y marcos)
14.30 Michele Orti Manara (Racconti Edizioni)
15.00 Guillermo Arriaga (Bompiani)
16.00 Omar Robert Hamilton (Guanda)
16.00 Alicia Giménez-Bartlett (Sellerio) 
16.30 Cesare Sinatti (Feltrinelli)
17.00 Niccolò Ammaniti (Einaudi)
17.30 Gianfranco Di Fiore (66thand2nd)

venerdì 13 aprile 2018

TINTAS. 13 storie di fermento cileno.

Roberto Bolaño, il più famoso scrittore cileno degli ultimi 30 anni, scrisse di come l'America Latina fosse il manicomio d'Europa così come gli Stati Uniti ne erano stati la fabbrica, un manicomio che stava ancora bruciando nel proprio carbone. Tanti anni sono passati da quell'affermazione e la situazione di quella schizofrenia, almeno sotto una prospettiva letteraria, è sicuramente evoluta. Guardare oggi il Sud America significa infatti vedere nuove generazioni di scrittori animate dallo stesso identico fuoco a cui forse faceva riferimento Bolaño.

A questa supposizione sono arrivato leggendo Tintas, la raccolta di 13 racconti dal Cile curata da Maria Cristina Secci e pubblicata da gran vía.



L'intenzione di racchiudere in un libro le storie di alcuni degli autori cileni più promettenti e consolidati della nostra contemporaneità acquista un senso nel momento in cui, come forse i più attenti osservatori del panorama letterario del sud sapranno, proprio il Cile risulta essere un dei paesi più ferventi.

Lecito chiedersi cosa racconti oggi questo paese, cosa abbiano in comune tutte queste voci e cosa possa significare approcciarsi a questi racconti.

Mi sono sempre fatto un'idea di questa letteratura come di un qualcosa legata al frenetico scorrere della storia e ai sentimenti che la poesia ha da sempre raccontato. Gli autori di Tintas manifestano una voglia di prolungare questa tradizione continuando a riflettere sul passato e sul futuro, perdendosi in luoghi labirintici e cercando un'armonia per stare nel presente. C'è però il peso dei padri, di tutti quei rapporti stretti, di sangue e di lettura, capaci di condizionare lo sguardo sul mondo che qui vengono affrontati portando oggi il Cile a raccontarci una prospettiva di continuo scontro sotterraneo.